23 Marzo 2018

«Giornali più forti delle fake news»

caso facebook, giulietti (fnsi): rivincita della stampa di qualità
Forse non sarà la nemesi perfetta, ma almeno è una piccola soddisfazione: a stanare Facebook e le sue falle nella difesa dei dati personali sono stati due vecchi e gloriosi mastini come New York Times e Guardian. «È stata sufficiente la classica talpa per sorprendere chi in questi anni si era presentato come il santone della verità», fa notare Beppe Giulietti, presidente della Fnsi, il sindacato dei giornalisti italiani. E ora che il re della Rete è nudo, o almeno comincia a perdere i vestiti per strada, è il momento di riflettere su come il mondo contemporaneo gli abbia affidato non solo la propria privacy ma gli abbia pure delegato una fetta dell’ informazione quotidiana: «Finalmente si comincia a superare l’ ubriacatura di internet come terreno di sconfinata libertà e strumento di realizzazione della democrazia diretta. Chi usa Facebook deve sapere che, come tutte le imprese private, ha un fine evidente: quello di fare soldi», spiega Giulietti. LE NOTIZIE FALSE E soprattutto non si può dimenticare che secondo il teorema dell’ accusa, Cambridge Analytica avrebbe soffiato i dati personali di 50 milioni di americani con il fine ultimo di influenzare le elezioni Usa. Anche a colpi di fake news, le notizie false che abbondano nelle nostre vite virtuali: «Si è arrivati a tutto questo quando abbiamo deciso che i mediatori, in questo caso i giornalisti, erano una presenza noiosa. Gli effetti sono stati nefasti. Quello che è accaduto negli ultimi giorni dovrebbe convincere tutti a investire sulla qualità, sui professionisti, che usano linguaggi diversi, verificano le notizie e rispondono a determinate regole. I veri giornalisti li puoi denunciare e sottoporre a un procedimento disciplinare. Mentre le bande organizzate che diffondono fake news si nascondono all’ estero, dietro l’ anonimato e sfuggono a qualsiasi controllo», sospira il presidente della Fnsi. Che da esperto conoscitore del mondo politico – è stato deputato dal 1994 al 2013 – si affretta a precisare: «A nessuno, però, venga in mente di usare questa vicenda per approvare altre norme bavaglio a livello italiano o europeo». La soluzione semmai è più culturale che repressiva: «È un campo in cui è difficile trovare regole internazionali, non si può certo risolvere il problema delle fake news con sanzioni o multe». IL GARANTE Intanto lo scandalo di Cambridge Analytica ha messo in moto i Garanti della Privacy di mezzo mondo, Italia compresa. Il presidente dell’ autorità per la difesa dei dati personali Antonello Soro ha annunciato l’ apertura di un’ istruttoria sul “Datagate”, dopo aver ricevuto l’ esposto del Codacons. L’ obiettivo è quello di capire se ci siano state violazioni anche nel nostro Paese, finalizzate a manipolare i risultati elettorali. Non si può dimenticare che Cambridge Analytica nel 2012 – come viene spiegato sul suo sito internet – aveva portato avanti un progetto di ricerca per conto di un partito italiano. Si tratta di una formazione politica, in quel periodo «in fase di rinascita, dopo aver ottenuto i suoi più grandi successi negli anni ’80», spiega la società, che avrebbe fatto «una ricerca su iscritti e simpatizzanti, per aiutarla nella strategia di riorganizzazione». MANIPOLAZIONI Impossibile sapere con certezza quale sia il partito in questione. Ma è anche per questo che Soro, in una lettera indirizzata a Andrea Jelinek (capo del Wp29, l’ organismo che riunisce i Garanti di tutta l’ Ue) chiede di attivare sul caso “Analytica” la task force specifica già al lavoro su Facebook. La priorità, scrive il Garante della privacy, è «accertare eventuali violazioni di dati personali di cittadini dell’ Unione europea, funzionali a condizionare illecitamente l’ esito delle diverse consultazioni elettorali o referendarie, svolte negli ultimi anni, o comunque a manipolare indebitamente il consenso elettorale». Perché si sa che il peggio degli Stati Uniti, prima o poi, arriva anche in Italia.
michele ruffi

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