22 Maggio 2018

Giallo sulla cena con gli chef stellati e Cota al ministero

Due scontrini per l’ acquisto di carne cruda, un giorno e il successivo. Due chef «stellati» arrivati a Roma per cucinare pietanze, entrati e usciti dal Palazzo delle Finanze senza lasciare traccia. Ecco, il giallo della cena al ministero è servito. È collegato alle accuse di peculato all’ ex presidente della Regione, Roberto Cota, assolto in primo grado e nel pieno del processo d’ appello. Con la procura generale (il magistrato è lo stesso del primo grado) per nulla rassegnata a quel verdetto. Su tutte le accuse. Compresa quella dei 239 euro e 69 centesimi spesi dall’ allora governatore piemontese da «Fungo Carni» a Castello d’ Annone (Asti) e messi in conto alla Regione per una cena al ministero dell’ Economia, datata 18 maggio 2011. Gli scontrini sono dei due giorni precedenti. «La somma è insufficiente per l’ acquisto di carne per una cena per promuovere i prodotti piemontesi, dovendosi ipotizzare un numero idoneo di partecipanti», scrive la procura generale nell’ impugnazione della sentenza di primo grado. I giudici, però, avevano assolto, senza ascoltare la testimonianza dei due chef «stellati», i fratelli Walter e Roberto Ferretto, anime de «Il cascinale nuovo» a Isola d’ Asti. E in appello, stessa decisione. Almeno fino a ieri, quando il sostituto procuratore generale Giancarlo Avenati Bassi ha chiesto di mettere agli atti del processo una lettera di Catia Caselli, dirigente del Personale e dei servizi ministero dell’ Economia. Tredici righe per dire che «non risulta essere stata organizzata alcuna manifestazione gastronomica piemontese presso il ministero, né risultano assegnati badge d’ ingresso» intestati ai fratelli Ferretto. «Nessun timore ad aprire il contraddittorio sull’ evento e su come si è svolto», sostiene l’ avvocato Domenico Aiello, difensore di Cota assieme al collega Guido Carlo Alleva. È la chiosa di un intervento infarcito di espressioni tipo «eresia processuale» e «strupro del diritto», riferite alla richiesta della procura generale (e dell’ avvocato Tiziana Sorriento, parte civile per Codacons) di utilizzare quella lettera quando la corte aveva già deciso di «bocciare» le raccogliere le testimonianze già scartate in primo grado. «Non è un “atto d’ indagine”, ma uno scritto meramente dichiarativo. Nemmeno può essere considerato un documento», è la tesi dell’ avvocato Alleva. La corte d’ appello deciderà in questi giorni. Fuori dall’ aula, Cota e i suoi legali si accalorano: «Ma come? Pensano che possiamo mentire su una circostanza del genere? Ma se abbiamo anche le foto…». E come annunciato davanti ai giudici, sono pronti a chiedere la testimonianza dell’ allora ministro Giulio Tremonti, ma anche di Roberto Calderoli, Stefania Prestigiacono e dell’ ex assessore Giovanna Quaglia. Poi, quella che l’ avvocato Aiello considera la pietra tombale di questo accertamento: «I visitatori del gabinetto del ministero non vengono registrati. La procura generale dovrebbe saperlo». La risposta del ministero, però, questa distinzione non la fa. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI.
claudio laugeri

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