1 Ottobre 2016

Furbetti del cartellino, 33 indagati

Furbetti del cartellino, 33 indagati
il sindaco: se reati confermati, pronte misure. i legali minimizzano

BIELLA C’ era quello che lasciava l’ ufficio per concedersi una partitina alle slot machine, quello che faceva un salto al bar, quello che sbrigava una commissione, quello che praticava sport. Sono in tutto 33 gli impiegati del Comune di Biella finiti sotto inchiesta con l’ accusa di avere allungato la lista dei “furbetti del cartellino” annidati nei vari uffici pubblici italiani. Per otto è addirittura scattato il divieto di dimora in città dopo una meticolosa indagine dei carabinieri condita da filmati, fotografie, intercettazioni telefoniche. Falso, peculato e truffa ai danni dello Stato sono i reati contestati. Ad essere finito nel mirino degli inquirenti è il 10% del personale dipendente del Comune, che ammonta a circa 300 unità. «Ci conosciamo tutti – dicono i colleghi – e lavoriamo insieme da anni. Può essere capitato che qualcuno abbia fatto qualche azzardo, ma non siamo fannulloni». I militari hanno cucito il filo delle irregolarità grazie anche alle telecamere piazzate vicino ai lettori badge all’ ingresso di due sedi comunali scoprendo che non mancava nemmeno l’ impiegato che timbrava il cartellino per qualcun altro. Gli avvocati difensori minimizzano: «Non si tratta di assenze gravi. Per qualcuno era sistematica la colazione in orario d’ ufficio, per altri una commissione occasionale o l’ acquisto del pane; per qualcuno un’ uscita fatta imprudentemente con l’ auto di servizio per andare dal meccanico. Nulla di eclatante, insomma. Certo, sono cose che non dovevano accadere e che con le nuove leggi sono punite pesantemente con il licenziamento e la detenzione dai 4 agli 8 anni». L’ indagine è partita su input della stessa amministrazione, che aveva segnalato delle anomalie nel comportamento di un dipendente. «Con i magistrati – spiega il sindaco, Marco Cavicchioli – abbiamo collaborato fin dall’ inizio. Inchieste come questa sono la prima tutela di chi ha sempre lavorato seriamente. E se le accuse venissero confermate, sarà nostro dovere prendere i provvedimenti necessari. Voglio però ricordare che nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva». Il Codacons annuncia che intende costituirsi parte civile e avviare «azioni di recupero delle retribuzioni percepite dai disonesti, che dovranno essere restituite alla collettività».
 
 

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