11 Maggio 2005

Fumo passivo, storica condanna

Il ministero dell`Istruzione dovrà risarcire i parenti di un`impiegata costretta a subire per anni le sigarette delle colleghe

Fumo passivo, storica condanna

Circa 400 mila euro di indennizzi al marito e al figlio della vittima

ROMA ? A ucciderla è stato un incidente stradale, ma lei ? Maria Sposetti, da sempre non fumatrice ? era praticamente morta da quando, per colpa del fumo passivo che, suo malgrado, era stata costretta a inalare sul luogo di lavoro, era stata preda di un tumore a un polmone che l`aveva obbligata prima a sottoporsi a un intervento chirurgico e poi a una devastante terapia chemioterapica. Per anni aveva protestato e chiesto ai superiori di essere trasferita in un altro ufficio. Nessuno l`aveva ascoltata. Un vero e proprio calvario durante il quale Maria Sposetti aveva dovuto respirare il fumo delle sigarette delle sue incivili colleghe. Dopo la tragica scomparsa della loro congiunta, il marito e il figlio ? Ferruccio e Claudio Di Bari ? hanno chiesto giustizia, ma si sono scontrati con l`indifferenza, il menefreghismo, lo scetticismo altrui. Fino a quando si sono rivolti al Codacons, il coordinamento delle associazione per la tutela dei consumatori, che li ha affiancati e sostenuti nella loro lotta conclusasi con una vittoria clamorosa. Infatti, ieri il ministero dell`Istruzione, Università e Ricerca ? di cui Maria Sposetti era dipendente dal 30 maggio 1980 ? è stato condannato dal Tribunale di Roma a versare un risarcimento di circa 400 mila euro agli eredi della donna, cioè il marito e il figlio, in quanto ritenuto responsabile di avere «omesso di adottare le misure idonee per tutelare i propri lavoratori». Il giudice Giuseppina Vetritto, della quarta sezione del Tribunale del lavoro della capitale, ha imposto al ministero un risarcimento danni di 395.725 euro (263.725 a titolo di danno biologico e 132.000 a titolo di danno morale) più spese legali (3.500 euro). Il Codacons, attraverso gli avvocati Carlo Rienzi e Vincenzo Masullo, oltre ai danni biologico e morale aveva chiesto il risarcimento del danno alla vita di relazione (che è stato incluso nel primo) e della perdita della capacità lavorativa (che non è stato riconosciuto). I due legali sono più che soddisfatti. Si tratta, hanno spiegato, della «prima causa di risarcimento danni da fumo passivo vinta» che «adesso apre la strada a migliaia di cause simili». E il ministro della Salute, Francesco Storace, ha commentato che, se un giudice ha deciso in tal senso sul fumo passivo, bisogna inchinarsi alla sua sentenza. «Nessuna intenzione di rimettere in discussione il principio del divieto di fumo. L`episodio accaduto è grave e fa riflette» ha aggiunto. Però che in tale contesto di divieto «ci possa essere uno spazio per chi voglia fumare non è certamente una priorità, ma può essere un punto su cui riflettere» ha poi concluso. Il dramma di Maria Sposetti cominciò il 25 settembre 1992 quando le fu diagnosticato un tumore al polmone destro che rese necessario, come ha sottolineato il Codacons, un «delicato e invasivo» intervento chirurgico con asportazione di una parte del polmone (17 ottobre 1992). Successivamente, la povera donna dovette sottoporsi a pesanti cicli di chemioterapia e lamentò tutta una serie di gravi patologie correlate: perdita dei capelli, nausea e vomito, bronchite asmatica cronica, enfisema polmonare, depressione. «Dall`esame istologico della massa tumorale ? hanno precisato gli avvocati Rienzi e Masullo citando la perizia del dottor Giulio Bigotti, specialista in anatomia patologica e oncologica ? è risultato che l`eziopatogenesi (l`origine, ndr) del tumore contratto dalla signora, un carcinoma epidermoidale, è direttamente riconducibile all`esposizione al fumo passivo». La Sposetti, che non aveva mai fumato in vita sua e non aveva mai avuto fumatori in famiglia, «è stata, suo malgrado, esposta per ben sette anni ad inquinamento da fumo passivo, lavorando in una stanza angusta, sprovvista di areatori e con accanto tre colleghe accanite fumatrici». Nel 2002 Ferruccio e Claudio Di Bari, assistiti dagli avvocati Rienzi e Masullo, hanno chiesto al Tribunale civile di Roma di accertare la violazione da parte del datore di lavoro, cioè il ministero in questione, delle norme in materia di sicurezza che pongono a carico di quest`ultimo «l`obbligo di tutelare la salute dei dipendenti dai rischi sui luoghi di lavoro». Ieri, la storica sentenza che farà da apripista a migliaia di altre cause simili.

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