8 Agosto 2005

Fumo passivo, condanna al ministero dell`Istruzione

E` forse la prima vera condanna inflitta per fumo passivo in Italia. L`hanno vinta gli eredi di una dipendente del Ministero dell` istruzione, colpita da cancro ad un polmone per fumo passivo. Oggi il giudice Giuseppina Vetritto della sezione Lavoro del Tribunale di Roma ha condannato il Ministero ad un risarcimento di 263.725 euro a titolo di danno biologico ed altri 132 mila euro per danno morale a favore di Ferruccio e Claudio Di Bari, eredi di Maria Sposetti, scomparsa per altre cause un paio di anni fa. Lo ha reso noto un comunicato del Codacons, che ha portato avanti la causa in questi anni, mentre il ministero dell`Istruzione al momento non ha commentato la notizia. “Adesso si apre la strada a migliaia di cause di risarcimento danni per quei lavoratori che hanno dovuto subire alle loro scrivanie il disagio causato dal fumo dei colleghi“, scrive nella nota il Presidente del Codacons Carlo Rienzi. Secondo quanto riferito dall`associazione, la donna fu assunta dal ministero nel 1980 e nel settembre `92 le fu diagnosticato un tumore al polmone destro, per il quale si rese necessario un intervento chirurgico nell`ottobre dello stesso anno, per l`asportazione di una parte del polmone. Il tumore, secondo l`esame istologico, era “direttamente riconducibile all`esposizione a fumo passivo“, si legge ancora nella nota, che spiega come la donna non avesse mai fumato nella propria vita, così come i suoi familiari. Per sette anni in ufficio, invece, sarebbe state esposta al fumo di tre colleghe, in una stanza piccola e senza areatori. Nel 2002 i familiari — attraverso il Codacons — hanno chiesto al Tribunale civile di Roma di accertare la violazione delle norme in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro da parte del datore di lavoro, ossia il Ministero della Pubblica Istruzione, “che ponevano a suo carico l`obbligo di tutelare la salute della dipendente“ e “per l`effetto condannarlo al risarcimento di tutti i danni causati“. “Mia moglie non ha mai fumato – così Ferruccio Di Bari ricorda il calvario della moglie – cosi` come nessuno di noi in famiglia. Eppure era costretta a respirare il fumo al lavoro. Per anni ha protestato contro le colleghe, ha chiesto ai superiori di essere trasferita in un`altra stanza ma la sua esigenza fu ignorata. Dopo 7 anni di calvario, la scoperta del tumore, la cui origine era inequivocabile: era di tipo epidermoide, un carcinoma che deriva dal fumo di tabacco“. Dopo l`intervento chirurgico e le cure, Maria Sposetti torno` al lavoro “ma li` si continuava a fumare e cosi`, anni dopo, abbiamo deciso di chiedere giustizia perche` non e` giusto che una persona venga costretta al fumo degli altri e si ammali per un vizio che non e` suo“. La notizia di oggi fa seguito alla sentenza di condanna dell`ex Ente Tabacchi emessa nei mesi scorsi dalla prima sezione civile della Corte d`Appello di Roma, che aveva condannato l`Eti a risarcire i familiari di un fumatore vittima delle sigarette di Stato. Ma a distanza di diversi mesi dall`entrata in vigore del divieto di fumo nei locali aperti al pubblico, le sigarette sono ancora accese negli uffici italiani. Un dipendente su quattro – secondo un`indagine online condotta da Monster.it, il portale per la ricerca di personale su internet – non rispetta i divieti previsti dalla legge, e l`88% dei lavoratori-fumatori cerca comunque un angolo appartato dove poter aspirare in pace. Nascono, cosi`, i `relegati da fumo`: il 66% si rifugia in bagno o in balcone. Solo nel 12% dei casi in azienda si rispetta alla lettera la normativa, con sanzioni per chi trasgredisce.

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