Fonderie & veleni dieci anni in fumo
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fonte:
- Il Mattino
Piera Carlomagno Era il 25 settembre 2004, esattamente dieci anni fa, quando esplose il caso delle Fonderie Pisano. I carabinieri del Noe avevano fatto visita al patron Luigi, ingegnere allora ottantaduenne che dirigeva 254 operai, e che non collegò quella visita alla consegna di un avviso di garanzia: «Mi hanno detto che produco inquinamento», rispose ai giornalisti. In realtà il Nucleo operativo ecologico, con riferimento al decreto Ronchi, aveva evidenziato smaltimento illecito e deposito incontrollato di rifiuti speciali pericolosi, scarico di acque reflue industriali nel fiume Irno senza autorizzazione ed emissioni in atmosfera. Lui si meravigliò, riferì di avere speso due milioni di euro per acquistare un filtro di ultima generazione e commentò che si voleva distruggere una delle ultime realtà industriali di Salerno. La produzione dei chiusini Pisano, utilizzati in tutto il mondo disse allora richiedeva l’ utilizzo quotidiano di 600 quintali di carbone cotto per la trasformazione della ghisa, i rifiuti in polvere li depositava in un’ area all’ aperto in balle che quando si accumulavano venivano spedite e, all’ accusa di inquinare l’ Irno, oppose che semplicemente usava il sistema fognario comunale: «Io me ne voglio andare in zona industriale proclamò ma non sono autorizzato». Il comitato di quartiere tirò un sospiro di sollievo, perché finalmente la questione era venuta a galla. Accadeva dieci anni fa. Dieci anni prima del rinvio dell’ ultima udienza dell’ ultimo processo al 19 gennaio 2015. Le moderne Fonderie Pisano Spa vennero impiantate nel 1961 nell’ allora zona industriale di Salerno. Estrema periferia della città, Fratte era denominata «area D». Lì furono trasferite le grandi fornaci delle Fonderie di Salerno, partite come officina di riparazione per i macchinari dei cotonifici svizzeri Mcm nel 1835. Su una superficie di 180mila metri quadrati, di cui 30mila coperti, questi ripresero a fondere ghisa e bronzo. Soprattutto fusioni per conto terzi, in ghisa grigia e sferoidale, nei settori meccanico, ferroviario ed edile. Nella seconda metà del ‘900, i tombini delle Fonderie Pisano erano ovunque. Italia, Scozia e Unione sovietica prima di tutto, con scatole ingranaggi, volani, dischi freno o coppe olio, oppure contrappesi ferroviari, pezzi per acquedotti. Negli anni del boom industriale, che anche a Salerno vede sorgere l’ area di Fuorni, la famiglia Pisano siede di diritto al tavolo dei maggiori imprenditori. Le Fonderie Pisano restano un colosso anche quando la tendenza comincia ad invertirsi. A Salerno la crisi arriva in anticipo. L’ anno nero è il 2007. Mentre le richieste sono al livello più basso, il tribunale emette la prima sentenza per inquinamento. È il 7 maggio 2011, quando, per la quarta volta, i forni vengono sequestrati in maniera preventiva: «Rischi alla salute pubblica», recita il provvedimento in base ad un’ approfondita perizia tecnica. Per i magistrati – che si dilungano negli atti con descrizioni del nero visibile sul piazzale e nell’ area intorno alla fabbrica e del fumo che fuoriesce senza essere filtrato – gli stabilimenti Pisano rappresentano un serio pericolo per la salute pubblica, mentre le attività vengono svolte senza autorizzazioni ambientali, con impianti vetusti e violando le più elementari norme di sicurezza sul lavoro. Oggi a sostenere l’ accusa è il sostituto procuratore Carmine Olivieri, il Comitato Salute e Vita lavora incessantemente per raccogliere prove e testimonianze, il Comune e il Codacons si sono costituiti parte civile nel processo. Ma l’ anziano ingegnere sta male. La difesa ha ottenuto il rinvio e lo scenario si aggiornerà solo a gennaio. © RIPRODUZIONE RISERVATA.
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