2 Gennaio 2008

Fisco e salari, senza risposte sarà sciopero generale

I sindacati chiedono una svolta entro gennaio, il ministro Damiano li rassicura: “E` il nostro prossimo obiettivo“
Fisco e salari, senza risposte sarà sciopero generale

E` l`aumento delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti, la categoria più penalizzata – con i pensionati – dall`aumento del costo della vita, la vera emergenza da affrontare nel 2008. L`unico a non averlo ancora capito è il senatore Lamberto Dini, che nel suo “manifesto in sette punti“ propone solo una graduale riduzione del prelievo fiscale per tutti i contribuenti. E invece no, gli italiani non hanno gli stessi problemi. Lo ha spiegato bene il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo discorso di fine anno, quando ha sollecitato “soluzioni“ per quella parte sempre più numerosa delle famiglie italiane che fa fatica ad andare avanti perché può contare “solo“ su “redditi insufficienti“. Musica per le orecchie dei sindacati, che da tempo chiedono al governo l`apertura di questo tavolo e che ora, in vista di un probabile incontro l`8 gennaio a Palazzo Chigi, lanciano una sorta di ultimatum per bocca del segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni: o entro la seconda decade di questo mese “abbiamo risultati, un`andatura già definita e stabilita della partita oppure – minaccia Bonanni – andremo a un`iniziativa generale sindacale“. Una decisione in tal senso potrebbe essere presa dalla segreteria unitaria delle tre confederazioni, in calendario il 15 gennaio. Sciopero o non sciopero, una cosa è certa: redditi, salari e sicurezza del lavoro sono temi “che non possono più attendere“, come sottolinea il leader della Cgil Guglielmo Epifani, con riferimento alle parole spese a reti unificate da Napolitano. “Tutti gli italiani dovrebbero essere grati al nostro Capo dello Stato per la sua sensibilità e la sua saggezza. Le basse retribuzioni sono un`emergenza per l`economia del nostro Paese“, ribadisce il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti. Che di emergenza si tratti, lo conferma un`indagine del Codacons, dalla quale emerge che nel 2007, tra i “rincari nelle tariffe“ e “la maggiore spesa determinata dall`incremento reale dei prezzi in vari settori“, la capacità economica d`acquisto delle famiglie si è ridotta. A rimetterci, in proporzione, sono stati soprattutto i ceti meno abbienti. In particolare, per gli impiegati con 26.900 euro di reddito la perdita è stata del 6,3%, ancora più marcata (7,9%) quella degli operai con 21.700 euro, mentre i più penalizzati risultano i pensionati, con un reddito medio di 10.200 euro, per i quali il potere d`acquisto si è ridotto del 15,5%. Al contrario, per i dirigenti con un reddito medio di 110mila euro, la perdita è stata appena dell`1,4%. Segnali di buona volontà arrivano però dal ministro del Lavoro Cesare Damiano: le retribuzioni e la tutela del loro potere d`acquisto, assicura, “devono essere“ il nostro “prossimo obiettivo“, “soprattutto per i redditi medio-bassi“. Con i sindacati si schiera il ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero: “Sacrosanto il loro richiamo. Ma è necessario – aggiunge Ferrero – arrivare rapidamente anche alla chiusura dei contratti nazionali di lavoro, per garantire un aumento dei salari effettivi dei lavoratori“. In effetti sono circa 6 milioni e mezzo i lavoratori in attesa di rinnovo, con in testa statali, metalmeccanici e dipendenti del commercio, ma anche ferrovieri e giornalisti. Il problema è capire come il governo intende agire. Per il momento, si parte dall`articolo uno della legge Finanziaria, che vincola la destinazione dell`eventuale maggior gettito fiscale del 2008 a “forme di riduzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente“. Ma è evidente che, ad esempio, senza un cambio di passo nella lotta alla precarietà, per una gran parte della popolazione lavorativa – soprattutto giovanile – i bassi salari saranno l`unica alternativa alla disoccupazione. Anche per questo Ferrero ritiene “necessario“ che prima dell`incontro con le parti sociali la maggioranza discuta del “che cosa fare“, con l`obiettivo di “mettere dei punti fermi“ sui quali aprire il confronto. Le opinioni in materia, infatti, sono diverse e non sempre conciliabili. Ad esempio, Confindustria sostiene che “bisogna pagare di più chi lavora di più“: uno slogan che serve solo a mascherare la volontà di ridurre il peso del contratto nazionale di lavoro. A tal proposito, Damiano ricorda come quest`anno sia “stata stanziata una cifra “una tantum“ di 150 milioni di euro per detassare una quota delle risorse contrattate per i premi di risultato“. Ma è illusorio pensare che semplici incentivi possano bastare per convincere le imprese che non fanno contrattazione integrativa – il 75% – a pagare comunque di più il lavoro senza che vi sia anche una riduzione del salario fissato a livello nazionale. “Con il ministro del Lavoro Damiano – chiarisce Ferrero – sono d`accordo sulla necessità di agire sulla leva fiscale, ma non sono d`accordo sull`idea di mettere molte risorse sulla contrattazione di secondo livello, che riguarda solo una minima parte dei lavoratori. L`accento deve essere posto sulla contrattazione nazionale, che riguarda molti più lavoratori“.

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