5 Agosto 2007

Fino a 70 volte in più i costi di passaggio dalla trasformazione alla lavorazione di pane

Variano fino a 70 volte in più, rispetto al prezzo alla produzione, i costi di passaggio dalla trasformazione alla lavorazione di pane, pasta fresca (20 volte). E per i dolci è di 70 volte il rincaro del prezzo, in questo caso, dagli 0,20 euro pagati al produttore per ogni kg di grano duro, fino ai 14 euro al kg (in media) per i dolci che imbandiscono le tavole dei consumatori. Perché? La Coldiretti di Rovigo risponde che gli aumenti non trovano giustificazione nella “presunta mancanza di cereali nostrani“. Le rilevazioni Ismea dicono che, in Italia, nel confronto 2006-2007 sono aumentate le produzioni italiane sia di grano tenero (da cui si ricava la farina doppio zero, utilizzata nella panificazione: +0,6\%) sia di grano duro (che si usa per la pastificazione: +0,9\%). Il Polesine, in Veneto, detiene il primato nella produzione di grano tenero, grazie ai 19mila ettari di terreno investito, che valgono il 31\% delle superfici coltivate in Veneto. E le stime regionali annunciano nell`annata agraria 2007 un aumento dei seminativi del 25\% per il grano tenero e del 13,5\% per il grano duro. Allora, come si giustificano i rincari? Le associazioni dei consumatori Codacons e Adoc danno la spiegazione nell`aumento di produzione di etanolo: il costo della pasta, insomma, aumenta perché il grano viene coltivato meno per far spazio al granturco, materia prima del biocarburante. Il Codacons inoltre, a fianco della Coldiretti, denuncia che a fronte dei prossimi incrementi nei listini della pasta decisi dalle principali industrie alimentari, il costo del grano è rimasto lo stesso degli anni `80. La Coldiretti di Rovigo, con il direttore Germano Ghiraldello, precisa che “gli annunciati rincari di pasta e farine non sono imputabili ai prezzi dei cereali, ma ad altri fattori, come la scarsa competitività dell`agroindustria. Che invece di rinnovarsi scarica sul consumatore i maggiori prezzi di produzione. Mentre snobba le produzioni nazionali per cercare il minor prezzo importando la materia prima“. “Certe industrie di trasformazione – spiega Ghiraldello – preferiscono importare i cereali, lavorare e commercializzare il prodotto finale come “made in Italy“. Coldiretti, invece, chiede una legge che obblighi a indicare in etichetta l`origine di tutti i prodotti agroalimentari e trasformati“. “Non a caso – continua – la tracciabilità è avversata da una parte dell`agroindustria“. “Noi non vogliamo impedire le importazioni – conclude Ghiraldello -, ma pretendiamo nell`interesse del consumatore e delle nostre aziende , che il prodotto importato sia tracciabile e abbia le stesse garanzie di sicurezza alimentare dei prodotti italiani. Se non ci sono, il consumatore deve essere nelle condizioni di sapere cosa sta comprando“.

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