2 Ottobre 2015

Fine della retorica: Grom si vende all’ olandese Unilever

Fine della retorica: Grom si vende all’ olandese Unilever

ATTILIO BARBIERI Il gelato di Grom non è più artigianale. Ma nemmeno italiano. L’ azienda, fondata a Torino nel 2003 da Guido Martinetti e Federico Grom, si è fatta mangiare dalla Unilever. E va ad affiancarsi alla nutrita scuderia sotto zero della multinazionale anglo-olandese: Algida, Carte D’ or, Cornetto, Ben & Jerry’ s e Magnum. Dall’ apertura (…) :::segue dalla prima ATTILIO BARBIERI (…) della prima gelateria nel centro di Torino sono trascorsi dodici anni. Ora i punti vendita sono ben 67. Sparsi in tutto il mondo. Nulla da eccepire per quel che riguarda l’ operazione. Una startup italiana di successo dell’ alimentare, l’ equivalente tricolore della Silicon Valley Usa, viene acquisita da un colosso internazionale. Per ora non si conoscono i termini dell’ accordo «che non vengono resi pubblici», recita una nota di Gromart, la società proprietaria del marchio e delle gelaterie che inizia così: «Grom ha scelto di collaborare con Unilever». In realtà si tratta di un’ acquisizione. Totalitaria per di più, visto che passa di mano il 100% del pacchetto azionario. La spa torinese ha chiuso l’ esercizio 2014 con un fatturato di 26,9 milioni di euro, in crescita rispetto ai 25,4 del 2013, ma con una perdita netta di 2,3 milioni. Secondo i documenti consultati da Radiocor, Gromart era controllata dai due soci fondatori con una quota del 41,3% a testa e partecipata al 6,74% dalla giapponese Kabushikigaisha Lemongas, al 5,65% da Ikram Group del Qatar e al 5% dal gruppo Illy. Marchio noto in Italia e all’ estero, soprattutto fra i consumatori disposti a spendere, visti i prezzi non proprio popolari, è assurto addirittura ai fasti delle cronache politiche quando il premier Matteo Renzi, era l’ estate 2014, invitò un carrettino Grom nel cortile di Palazzo Chigi. Facendosi riprendere dai fotografi mentre gustava un cono cioccolato e limone. Un gesto simbolico con il quale il presidente del Consiglio voleva rispondere all’ attacco del settimanale The Economist che lo aveva ritratto in copertina con un gelato in mano. L’ endorsement renziano non è bastato ad evitare alla società un incidente di percorso a dir poco spiacevole, capitato lo scorso luglio: dopo un ricorso del Codacons, Grom ha dovuto cancellare dal sito e da tutto il materiale promozionale la dicitura «gelato artigianale». Perché tale in effetti non era, visto che l’ azienda prepara le miscele in un unico centro produttivo, in provincia di Torino, e da lì le smista ovunque, nei rivenditori italiani e all’ estero fino a New York, Tokyo, Parigi, Osaka a Malibu. Le miscele vengono pastorizzate e congelate e solo in seguito, una volta a destinazione nei negozi, si procede al loro scongelamento e alla mantecazione. Complice anche l’ assenza di norme italiane in materia, prevalgono i regolamenti comunitari sull’ etichettatura che non contemplano le produzioni artigianali. L’ acquisizione da parte di Unilever arriva in un momento particolarmente delicato nella storia della società che studiava da tempo un piano di sviluppo per rafforzare la presenza sui mercati internazionali. Ma con i 27 milioni scarsi di fatturato e 600 dipendenti il percorso si presentava decisamente arduo. La nuova proprietà anglo olandese, forte dei 48 miliardi di ricavi e oltre 6 di utile saprà sicuramente imprimere la svolta attesa. Così Guido Martinetti, alla prossima lectio magistralis che terrà all’ università Statale di Milano, potrà arricchire la storia del «gelato come una volta» (così suona il nuovo claim) di un capitolo interessante: come farsi comperare da una multinazionale.Gelato «made in Italy» Fine della retorica: Grom si vende all’ olandese Unilever.
attilio barbieri

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