26 Giugno 2012

«Figli e figliastri della Coop-Donigaglia»

«Figli e figliastri della Coop-Donigaglia»

di BENEDETTA SALSI ALLA FINE , proprio alla fine, scoppia a piangere. Poco prima di paragonare Giovanni Donigaglia, ex numero uno della Costruttori, al comandante Schettino, «che ha fatto affondare la nave e poi è stato il primo a fuggire dalla Concordia». L’ avvocato Bruno Barbieri di Codacons ? che rappresenta oltre 340 piccoli e grandi azionisti travolti dal disastro del colosso rosso di Argenta ? ieri, nell’ ennesima udienza fiume del processo, ha chiuso la sua arringa di parte civile tra i singhiozzi. Non ce la faceva quasi a spiegare come i vertici della Costruttori si siano «persino rifiutati di pagare il funerale a uno dei tanti creditori». Uno di quelli che nella cooperativa credeva come a un sogno; «dove aveva investito tutti i risparmi di una vita, di tutta la famiglia. Circa 400mila euro». E che poi si è suicidato. «L’ hanno dovuto finanziare gli altri, i soci». SI COMMUOVE raccontando di «quel padre padrone che ha giocato con la vita delle parti offese; che ha professato i suoi ideali colpendo la libertà di quelli che avevano condiviso il progetto cooperativo con lui». Un «abuso di violenza basato sull’ ignoranza, della quale si è approfittato: per la maggior parte si tratta di anziani con un basso titolo di studio. E venivano date rassicurazioni: tutto andrà bene, vedrete ». Poi l’ avvocato cita il grande assente, Egidio Checcoli («colpevole di non aver avvertito i soci della reale situazione») e anche quel Consorte, associato alla parola omertà («lui sapeva»). Paragona le azioni della Costruttori «ai buoni della Grecia», con rating C. «Nessuno dei miei assistiti le avrebbe mai comprate se avesse saputo». Una responsabilità assoluta, «da condividere con la Legacoop». Descrive il meccanismo di quei «figli e figliastri di Donigaglia: ad alcuni sono andati i rimborsi, agli altri no». Gli amici, i parenti, i potenti. E poi tutti gli altri. Dice che «la Spal è stata comprata per far contenti il territorio, il partito, la Lega». Ai quali poi si sarebbero potuti chiedere favori. E allora, proprio alla fine, affonda: «Nessuna clemenza per i dirigenti della Coop». Perché «la vera ragione di questo processo è dare conforto a chi ha perso tutto». PRIMA di lui, sempre per le parti civili, l’ avvocato Carmelo Marcello che ha ricostruito «le sofferenze che hanno patito per la spoliazione del patrimonio» e il «doloso occultamento delle reali condizioni societarie». E ancora Claudio Maruzzi e il suo parallelismo tra la Coop e un cadavere in putrefazione, sul quale veniva applicato un insensato accanimento terapeutico («un sistema drogato alimentato dalla politica; il Partito comandava la cooperativa, ma questo non scrimina i dirigenti»). Gabriella Azzalli («solo chi ha vissuto in quelle zone come me può capire il dolore dei soci», che a un certo punto dovevano andare a elemosinare «i soldi del dentista», per poi vedersi sbattere al porta in faccia). Roberto Montanini per Anas («certificati falsi per 20 miliardi») e l’ avvocato Titta Madia («questo è il terzo grande processo per bancarotta dopo Parmalat e Cir»). Ognuno ha avanzato le sue richieste di risarcimento danni, per quel processo che vede alla sbarra 20 imputati. Gli stessi per i quali, complessivamente, sono stati chiesti dall’ accusa 120 anni di galera. La parola alle difese, il 3 luglio.
 

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