5 Novembre 2021

FERMARE I CINGHIALI SIGNIFICA METTERSI CONTRO DUE LOBBY POTENTI: CACCIATORI E ANIMALISTI

Giorgio Meletti per “Domani” L’emergenza cinghiali è una perfetta metafora dell’incapacità nazionale di affrontare i problemi. Già l’enunciazione “emergenza cinghiali” apparirà stravagante, e lo sarebbe a fronte del drammatico dibattito sui cambiamenti climatici.
Conta però il metodo. Pensiamo di fermare la crescita della temperatura globale ma non siamo neppure in grado di fermare i cinghiali. Nel frattempo si ride. La campagna elettorale per il comune di Roma è stata dominata dalle risate sui cinghiali ormai stabilmente insediati nella Capitale.
L’ineffabile Codacons ha anche chiesto al Tar la nomina di un commissario ai cinghiali. Nei giorni scorsi, mentre manipoli fascisti assaltavano la sede della Cgil, un manipolo di cinghiali si è presentato all’ingresso del palazzo di Giustizia in piazzale Clodio senza fare danni.
Certo, la cittadella della giustizia ha una recinzione invalicabile, una volta si sarebbe detto come Fort Knox, oggi bisogna dire come una vigna nel Chianti. Sfugge la dimensione del problema. Gli agricoltori italiani vivono in stato di assedio. I cinghiali mangiano tutto, dalle patate ai chicchi d’uva.
Nelle zone vinicole sta cambiando il paesaggio, le vigne sono recintate con solido acciaio che penetra per un metro sotto terra per impedire ai cinghiali di scavare e passare sotto. La Coldiretti sostiene che i cinghiali portano ogni anno danni per 200 milioni di euro all’agricoltura.
La cifra in sé non dice molto, più significativo è pensare che il settore è fatto di piccoli imprenditori per i quali 10mila euro di prodotto razziato in una notte vogliono dire la disperazione.
E poi ci sono gli incidenti stradali, decine di morti e feriti ogni anno, la paura di andare a passeggiare in campagna per i cittadini, la paura di rientrare ogni sera nelle case rurali.
L’ultima stima dice che in Italia ci sono circa 2,3 milioni di cinghiali. In termini di stazza abbiamo più cinghiali che gatti. Sappiamo tutto della proliferazione dei cinghiali, e tutti gli analisti concordano che dietro la loro crescita geometrica c’è fondamentalmente la lobby dei cacciatori. Basti solo il fatto che in giro per l’Italia ci sono, incredibile a dirsi, allevamenti clandestini per rimpolpare le schiere a disposizione del tiro a segno.
La caccia al cinghiale non è uno sport, è un business. Tornare a casa dopo una battuta con dieci capi abbattuti o con cinquanta o cento fa la differenza. E qui arriva il punto di caduta classico della politica italiana.
C’è un solo modo di affrontare la questione dei cinghiali, ridurne drasticamente il numero. Ma nessuno ha il coraggio di dirlo ai cacciatori e agli animalisti, due lobby che alla politica italiana di ogni colore fanno paura. Così si gira intorno al problema.
L’estate scorsa il ministro dell’Agricoltura Stefano Patuanelli ha affrontato un migliaio di agricoltori giunti davanti a Montecitorio per protestare proprio per i cinghiali con queste parole perentorie: «Vi posso assicurare il mio massimo impegno personale per dare a tutti voi delle risposte». Ne riparleremo quando i cinghiali saranno tre milioni.

 

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