22 Febbraio 2019

Fattura elettronica, i primi effetti di una mancanza di visione

 

L’autore di questo post è Costantino Ferrara, vice presidente di sezione della Commissione tributaria di Frosinone, giudice onorario del Tribunale di Latina –

Ci sono dei treni super moderni in grado di viaggiare oltre i 500 chilometri orari in totale sicurezza. Tuttavia, questi mezzi non sono adatti per circolare sui vecchi binari, che sono pensati per i modelli precedenti e, anzi, facendoli viaggiare sui vecchi binari essi risultano ancora meno efficienti dei treni più vecchi. Una metafora che, presa in prestito dal settore dei trasporti ad alta velocità, e traghettata nel mondo delle imprese, sembra calzare a pennello ad una delle grandi novità del 2019: la fatturazione elettronica. Una misura da cui il governo punta a ricavare quasi 2 miliardi e che dovrebbe produrre a pieno regime un flusso di dati di 1,8 miliardi di file all’anno.

A quasi due mesi dal debutto del nuovo adempimento, possiamo tirare la linea e tracciare un primo bilancio. Le voci e i pareri, ovviamente, sono contrastanti: da un lato c’è chi difende la misura e dichiara che non ci sono affatto problemi; dall’altro, c’è chi parla di caos fiscale e inneggia allo sciopero.

Secondo l’Agenzia delle Entrate, ad esempio, le sonde informatiche che monitorano i flussi dei dati all’interno dei server non avrebbero rilevato particolari criticità, tanto meno interruzioni del servizio; anzi, nei primi giorni del 2019 è stata registrata l’emissione quotidiana di circa 700 mila fatture, per un totale di 2,8 milioni di documenti elettronici creati da 120 mila operatori. Numeri che, tuttavia, ad onor del vero, non corrispondono ad altrettante impressioni positive dei singoli operatori, soprattutto le imprese di piccole dimensioni, e delle associazioni di categoria.

Marco Cuchel, presidente dell’Associazione dei commercialisti, ha raccontato di «segnalazioni di utenti che, collegandosi al portale Fatture e corrispettivi dell’Agenzia delle Entrate, visualizzano il messaggio «Il sistema non è al momento disponibile, ci scusiamo per l’inconveniente e si prega di riprovare più tardi».

Il Codacons, addirittura, ha preparato un esposto per interruzione di servizio. L’associazione dei consumatori ha segnalato grandi disagi e disservizi. Anche i professionisti non mancano di manifestare perplessità, alcune legate alla possibilità che l’introduzione del nuovo sistema porti ad un “impoverimento” della qualità consulenziale. Nel mondo della consulenza aziendale, infatti, si stanno necessariamente affacciando soggetti di grandi dimensioni come Amazon o come alcune banche, che potrebbero essere in grado di offrire prestazioni standardizzate ma a prezzi tendenti allo zero. Anche perché il vero business, per società di questo tipo, è quello di acquisire e poi gestire grandi quantità di dati, quelli dei clienti, appunto. Senza contare che qualche forma di “concorrenza” per i professionisti può venire dalle stesse società di software dalle quali i professionisti si trovano a essere sempre più dipendenti.

In altri termini, è possibile che per far fronte ad un aggravio di costi che per molte piccole imprese risulta particolarmente ostico, si finisca nelle mani di soggetti che offrono servizi standardizzati (a prezzi molto concorrenziali) ma che, giocoforza, potrebbero abbassare la qualità del servizio ed annullare quasi del tutto il supporto consulenziale.

Per non parlare, poi, dei problemi legati alla privacy, che suonano anche come una beffa per le imprese, chiamate a loro volta ad adeguarsi alle dure regole del GDPR (regolamento europeo per la protezione dei dati), a fronte di un sistema nazionale che invece fa un uso poco attento di dati sensibili. Basti pensare alla questione legata alle fatture sanitarie, per le quali si è dovuto intervenire d’urgenza ed abolire l’adempimento.

Insomma, al di là dei proclami, i disagi sono innegabili.

Dall’altro lato, è anche giusto dire che un’operazione del genere mette l’Italia tra i paesi all’avanguardia, offrendo la possibilità di migliorare la competitività del sistema paese nei confronti dei suoi concorrenti diretti. È fuor di dubbio, infatti, che il mondo delle imprese tenda sempre di più verso una digitalizzazione dei sistemi e verso la conversione ad una smart economy.

L’impressione di chi scrive è che il problema non sia la fattura elettronica in sé, bensì il fatto che la misura sia stata progettata e messa in pratica, come spesso capita in Italia, senza alcuna visione generale, senza pensare sul serio alle sue conseguenze e al contesto in cui la si andava ad inserire.

Da questo, l’esempio iniziale del treno super veloce che traghettato di punto in bianco su infrastrutture e binari inadatti, va più lento dei treni più vecchi.

Più che uno strumento che sulla carta è portatore di innovazione, semplificazione e nuove opportunità, la fattura elettronica, così come concepita e implementata in Italia, rischia di essere l’ennesimo vaso di Pandora, capace di generare più problemi di quanti se ne pensava di risolvere.

Tra le possibili anomalie strutturali, basti pensare al doppio binario tra vecchia fatturazione e fatturazione elettronica, circostanza che creerà ancora ancora più confusione in un paese in cui la fiscalità è quasi un mistero. O, del pari, l’impossibilità e l’incapacità di recepire le norme da parte di tutta una serie di piccole realtà ed individui che sono ancora lontani anni luce dal mondo digitale, dettaglio che potrebbe portare, più che all’emersione del nero, a un effetto del tutto opposto.

Problemi relativi al rapporto ancora medievale delle imprese italiane con la tecnologia digitale, ma anche problemi di sicurezza, soprattutto tenendo conto del contesto, una giungla in cui anche le stesse infrastrutture messe a punto dallo Stato non sarebbero attrezzate (come dimostra il caso già citato dei problemi di protezione dei dati personali contenuti nelle fatture, sollevato a novembre dall’Autorità garante per la privacy).

In definitiva, è sembrato che la cosa si dovesse fare “per forza”, anche per inserire nel bilancio annuale i presunti due miliardi di euro che si conta di ricavarne (e sui quali c’è grande scetticismo). Per questo stesso motivo, non è stato possibile prevedere una proroga che, anche dell’ultimo minuto, avrebbe concesso un po’ di respiro agli operatori.

Alla luce di questo scenario, anche la fattura elettronica si va ad inserire nella rosa delle misure “politiche” che portano vantaggi a chi le “promuove” e non a chi le “subisce”.

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