15 Aprile 2019

FAST FASHION: il costo sociale della moda

codacons / oggi capi d’ abbigliamento e “accessori” hanno vita brevissima per spingere i consumatori verso gli acquisti: il rimedio c’ è fast fashion: il costo sociale della moda
Mia madre, in risposta alle mie richieste adolescenziali di abiti “alla moda” del momento, spesso raccontava di come mia nonna, in tempo di guerra, avesse cucito dei vestiti per Lei e le sorelle utilizzando spesso stoffe di fortuna, sacrificando anche le tende appese in sala da pranzo. Mi ha sempre colpito questo racconto espressione di una “forza d’ animo” che, all’ epoca, aiutò intere generazioni e donne come mia nonna a non arrendersi. Erano tempi diversi! Le giacche e i cappotti si risvoltavano per farli durare più a lungo. Tali comportamenti rientravano nelle abitudini di una società lontana dal consumismo di oggi che, da alcuni anni, ha imposto sul mercato il fenomeno della cd FAST FASHION. I capi di vestiario e i cd “accessori” hanno vita brevissima. La creazione del vestiario risponde ad una strategia commerciale ben precisa con lo scopo di stimolare l’ acquisto ed il consumo nel settore dell’ abbigliamento, sviluppando sempre nuove e diverse tendenze nella moda facilmente fruibili in termini di costo. Quando, negli anni ’80, per la prima volta nacque la produzione in serie delle grandi ca tene, il fenomeno diede vita ad un processo cd di “democratizzazione della moda”, permettendo, di vestire seguendo le tendenze e le mode del momento a chiunque e con una modica spesa. Infatti marchi come Zara o H & M, fondarono il loro successo commerciale nella riproduzione, ai limiti del plagio, di abiti che imitavano gli stili e le collezioni dei grandi stilisti vendendoli a prezzi accessibili. Oggi, invece, i motivi del successo del fast fashion consistono nella riduzione dei tempi di produzione e nella “capacità di interpretare i gusti del consumatore” se non, addirittura, indirizzarli. Il mantenimento di un prezzo basso ha comportato delle conseguenze in termini soprattutto di sicurezza. Nel sistema, infatti, è frequente l’ uso di manodopera a basso costo, in paesi economicamente depressi, privi di garanzie salariali, con inevitabile pregiudizio della dignità e della salute del lavoratore. E’ tristemente noto il crollo, del Rana Plaza, un palazzo di nove piani con moltissimi laboratori di manifattura tessile, a Dacca, nel Bangladesh durante il quale morirono ben 1.129 persone, avvenuto soltanto pochi anni addietro: nel 2013. Il basso costo della moda veloce, inevitabilmente, incide anche sulla qualità e il costo delle materie prime utilizzate con pregiudizio sempre più spesso anche della sicurezza e della salute del consumatore finale. Il settore della moda, dopo quella del petrolio rappresenta la seconda industria più inquinante del mondo. Un quarto di tutte le sostanze chimiche prodotte nel mondo sono utilizzate nell’ industria tessile. Molte di queste si presentano sotto forma di poliestere e altre fibre sintetiche che richiedono grandi quantità di petrolio grezzo. Inoltre nomi complicati quali ftalati e formaldeide nascondono una subdola minaccia anche per la nostra salute. Secondo uno studio realizzato dalla UE il 78% delle patologie dermatologiche è dovuto a ciò che indossiamo senza contare poi la difficoltà dello smaltimento di queste sostanze sintetiche che quindi contribuiscono anche all’ inquinamento ambientale. La lista dei tessuti tossici è lunga e va dal nichel “nascosto” nei coloranti per tingere, ai Clorofenoli (Pcp, Tpc e relativi sali) utilizzabili come antimicrobici e antimuffa, prima dell’ immagazzinaggio e del trasporto, fino agli antiparassitari, presenti soprattutto nei capi realizzati con fibre naturali, che sono costituiti dai residui delle dosi massicce usate per “sanificare” i container che trasportano i capi di abbigliamento da una parte all’ altra del mondo. L’ etichetta, diversamente da altri prodotti, in questo caso non è di alcun aiuto al consumatore. Il regolamento UE del 2012 non impone nemmeno più l’ obbligo della indicazione del luogo di produzione e quanto alla composizione dei tessuti bisognerebbe avere una conoscenza tecnica specifica per l’ interpretazione ed intelligibilità di quanto riportato. Come proteggersi, allora? Ecco alcuni trucchi per vestire sano: 1 -Evitare di far indossare a bambini e adolescenti capi di dubbia qualità, soprattutto per quanto riguarda l’ abbigliamento intimo. 2 -Fare attenzione ai capi colorati, soprattutto neri, blu e in parte anche rossi, sono senz’ altro quelli più pericolosi perché potrebbero nascondere tracce di nickel. 3 -Verificare (quando l’ etichetta lo riporta) dove il capo è stato prodotto: gli abiti fabbricati in Europa e in Italia sono tendenzialmente più si curi di quelli prodotti in altri Paesi. 4 -Non acquistare abiti sulle bancarelle o eventualmente lavarli almeno due volte prima di indossarli. 5 Diffidare dai capi venduti ad un prezzo molto basso. 6 -Per lo sport preferire tinte chiare e fibre naturali (il sudore e il calore favoriscono l’ assorbimento delle sostanze chimiche).7-L’ etichetta mancante o contraffatta è sempre un indizio di pericolosità. Infine ciò che è importante è soprattutto essere più critici ed esigenti nei nostri acquisti. Verificare il prezzo sociale e non solo economico di un prodotto è una conquista di civiltà e di valore. Non ingoiate il rospo! Mai! Avv. Raffaella D’ Angelo Ufficio Legale Codacons.

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