Fanghi tossici nei terreni, 38 a processo
-
fonte:
- La Città di Salerno
di Clemy De Maio wSALERNO Gestori di impianti di smaltimento, autotrasportatori e proprietari di fondi agricoli “concimati” con fanghi tossici: tutti a giudizio con accuse che vanno dallo smaltimento illecito di rifiuti al disastro ambientale per aver cagionato, sostiene la Procura, «gravissime conseguenze negative e pericolose per la salute dei cittadini, la sopravvivenza delle specie viventi e la tutela dell’ equilibrio ambientale». Sono 38 le persone per le quali il giudice dell’ udienza preliminare Dolores Zarone ha disposto ieri il processo, che inizierà il 9 aprile davanti alla terza sezione penale del Tribunale di Salerno. Secondo l’ accusa sono state smaltite nei terreni tra la Campania e la provincia di Foggia 980mila tonnellate di rifiuti speciali, costituiti in larghissima parte da fanghi e sabbie prodotti dagli impianti di depurazione delle acque reflue. Poi c’ erano i rifiuti liquidi del porto di Napoli e quelli provenienti da ospedali e fosse settiche degli stabilimenti balneari del litorale domizio. Una delle direttrici dello smaltimento portava in provincia di Salerno, dove i rifiuti sarebbero finiti nei terreni di San Pietro al Tanagro in località Tempa Cardone, di Teggiano in zona Buco Vecchio, e poi a Sanizzi di Sant’ Arsenio, Via Larga di San Rufo, Serroni di Montecorvino Rovella, Ponte Barizzo a Capaccio. Altri fanghi prendevano la strada dell’ Avellinese e della Puglia, arrivando in vari comuni del Foggiano. Il sistema ricostruito dagli inquirenti, in quella che è stata denominata inchiesta Chernobyl, prevedeva che fanghi e altri scarti giungessero in impianti di compostaggio deputati a trasformarli in concime e che da lì uscissero però senza essere trattati, quindi mantenendo intatto il potenziale inquinante. Uno di questi impianti era in provincia di Salerno, gestito a Castelnuovo di Conza dalla società Sorleco rappresentata da Giulio Ruggiero di Angri e cogestita da Gaetano Ferrentino di Roccapiemonte. Qui i mezzi della ditta avellinese “De Vizia transfer” portavano i reflui del depuratore di Mercato San Severino, in cui un blitz rivelò presenze allarmanti di cromo trivalente. Gli illeciti sarebbero durati dal gennaio 2006 al luglio 2007, con un risparmio sui costi di smaltimento che gli inquirenti calcolano in 50 milioni di euro. Secondo i difensori (nel collegio gli avvocati Francesco Dambrosio, Silverio Sica ed Enrico Giovine) i rifiuti sversati in fiumi e terreni non sarebbero stati pericolosi e non sussisterebbe quindi lo specifico reato ambientale, ma il giudice ha rigettato la richiesta di incidente probatorio per una verifica sulla tipologia del materiale e ha confermato il capo d’ imputazione di “disastro”. Il gup ha inoltre respinto l’ ipotesi di incompetenza territoriale e ammesso la costituzione di parte civile presentata da Provincia, Regione, Comuni, enti montani e Codacons. «L’ impegno del Codacons proseguirà anche fuori dal processo – dichiara il vice segretario nazionale Matteo Marchetti – per accertare se chi doveva controllare ha fatto il suo dovere fino in fondo». ©RIPRODUZIONE RISERVATA.
-
Sezioni:
- Rassegna Stampa
-
Aree Tematiche:
- AMBIENTE
