11 Maggio 2020

Famiglie: la Fase 2 è una vera mazzata

Mascherine, guanti, disinfettanti, tamponi, esami sierologici. Ma anche alimenti e altri prodotti essenziali, telefonia, connessione al , per finire con i servizi alla persona e alla famiglia. La pandemia da coronavirus non ha portato con sé solo i problemi sanitari, ma anche enormi tensioni economiche per le famiglie, strette nella tenaglia il calo delle entrate dovuto ai problemi lavorativi e un consistente aumento delle uscite causato sia da tutta una serie di nuove spese sia da rincari dei consumi normali. Tra le nuove voci di spesa, impensabili sino a pochi mesi fa, ci sono quelle collegate alla salute, a partire dalle mascherine. Nelle settimane iniziali dell’ epidemia la speculazione ha spesso spadroneggiato sul mercato di questi dispositivi di protezione individuale, facendo scattare denunce, multe sino a oltre 25mila euro e sequestri in tutta Italia. In alcuni casi venivano venduti online “kit” composti di cinque mascherine insieme ad altri prodotti con prezzi sino a 5mila euro, ma non sono mancati richieste di 200 euro per cinque pezzi. Ancora a fine aprile c’ era chi vendeva confezioni da 50 mascherine chirurgiche a 80-100 euro e quelle FFp2 con valvola tra i 12 e i 20 euro l’ una. Al di là di casi estremi e truffe, con l’ obbligo di utilizzo nella fase 2 delle mascherine il costo medio per famiglia è stato stimato in 200 euro al mese per un nucleo medio, calcolato ai prezzi di mercato pari a 1,5-2 euro a pezzo per le mascherine chirurgiche omologate CE e tra i 3,3 e i 6,5 euro l’ una per quelle FFp2 senza valvola. Per questo alcune Regioni hanno cercato di organizzare distribuzioni gratuite. Ora è intervenuto il governo che ha calmierato i prezzi delle mascherine “base” a 50 centesimi a pezzo più Iva al 22%, quindi 61 centesimi, nonostante la richiesta di abbassare l’ imposta al 4%. Il commissario straordinario Domenico Arcuri ha promesso che le mascherine a “prezzo politico” saranno disponibili in 50mila punti vendita ma i dispositivi con marchio CE ancora non si trovano, gli importatori hanno bloccato i carichi e i produttori nazionali sono fermi in attesa che il governo chiarisca i meccanismi di rimborso della differenza tra prezzi di fabbrica e il valore calmierato, più bas”so. Mentre il mercato aspetta regole chiare, la vendita sottobanco di mascherine chirurgiche a prezzi di mercato prosegue e, per poter andare al lavoro, le famiglie pagano. Stesso problema per i guanti chirurgici o in lattice, venduti in confezioni da 100 pezzi l’ una a prezzi sino a 12 euro a scatola pari a rincari tra il 150 e il 400%. Ma il mercato nero a febbraio aveva interessato anche i gel idroalcolici igienizzanti per le mani. Le confezioni da 80 millilitri, che prima della pandemia si trovavano in commercio a 3 euro, avevano segnato rincari del 650% al pubblico. La speculazione non si è fermata nemmeno nel settore degli esami di laboratorio. Ad aprile in alcune regioni i test del tampone per identificare la positività al coronavirus avevano raggiunto in alcuni laboratori privati anche i 600 euro, mentre erano “normali” valori di mercato intorno ai 100 euro. A fine aprile, con lo sviluppo e la diffusione dei test sierologici, è dovuta addirittura intervenire l’ Autorità Antitrust che, dopo le denunce del Codacons, ha chiesto spiegazioni a una serie di cliniche private di Roma. I test venivano venduti a prezzi tra i 130 e i 150 euro con punte fino a 600 euro, a dispetto dell’ ordinanza dell’ 8 aprile con la quale la Regione Lazio ha fissato la tariffa di circa 20 euro per il test rapido da sangue capillare raccolto con la puntura su un dito e di circa 45 euro per il test sierologico con prelievo venoso, pari ai costi sostenuti dal Servizio sanitario regionale. Ma i rincari non hanno riguardato solo i prodotti sanitari. Uno degli effetti causati dalla limitazione agli spostamenti dei cittadini è stato quello, spesso nei piccoli e piccolissimi centri, di “legarli” a pochi supermercati, talvolta all’ unico presente nel loro comune. Sono così scattati comportamenti opportunistici dei rivenditori, con rincari di alcuni alimenti che hanno raggiunto la doppia cifra. “Quello che sta accadendo sui prezzi alimentari è semplicemente vergognoso, stiamo denunciando scandalose speculazioni a tutte le procure italiane”, ha affermato Rosario Trefiletti, presidente del Centro Consumatori Italia. L’ effetto è stato più forte nel settore dell’ ortofrutta. Secondo Trefiletti gli aumenti medi rilevati in sei città sono stati pari al 55% per melanzane e peperoni, per le pere +50%, per le arance e l’ insalata +40%. Anche Codacons ha analizzato i listini all’ ingrosso dei prodotti ortofrutticoli e ha rivelato rincari del +33% per i cavolfiori, 100% per le carote, 80% per zucchine e broccoli, ovviamente riversati sui prezzi al dettaglio. L’ Unione Nazionale Consumatori ha calcolato che per una coppia con due figli questo comporta un aumento annuo di 221 euro per i soli acquisti alimentari, per una coppia con un figlio di 194 euro e di 161 per famiglia media. Giovedì scorso così l’ Antitrust ha dato il via a un’ indagine sui rincari dei prezzi degli alimentari, disinfettanti, detergenti e guanti. L’ Autorità ha chiesto informazioni a una serie di catene della grande distribuzione che controllano oltre 3.800 punti vendita, soprattutto dell’ Italia centrale e meridionale. I dati Istat a marzo hanno fatto segnare evidenti aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari rispetto ai mesi precedenti. Le organizzazioni dei produttori, Coldiretti in testa, ribattono però che i prezzi alla produzione non sono aumentati. I problemi non si limitano ai consumi: i rincari, dovuti alle maggiori difficoltà di organizzazione, riguardano anche i servizi. Se non ci sono stati aumenti tariffari per i collegamenti tlc e , è pur vero però che il traffico dati è molto aumentato per le necessità di telelavoro e per la maggior domanda di connessione alla rete: per i clienti senza tariffe flat le spese sono dunque aumentate. Ma i rincari non si fermano qui. Nei centri estivi per l’ infanzia, ad esempio, le nuove regole di distanziamento prevedono che i gruppi di bambini dovranno essere seguiti in grandi spazi con numeri più piccoli. Questo comporterà la necessità di aumentare esponenzialmente il personale e farà salire i costi per le famiglie. I genitori si augurano che il bonus babysitter introdotto dal Governo possa coprire i rincari. Lo stesso effetto ha colpito le famiglie con disabili o anziani non autosufficienti: lo stop a servizi come i centri diurni ha comportato un aumento delle ore di presenza in famiglia. Chi ha potuto è ricorso di più alle badanti o si è dedicato personalmente alla cura dei propri cari, delegando altri lavori domestici ai collaboratori domestici con un costo non indifferente. Anche su questo fronte il governo erogherà un bonus badanti e colf che, nella speranza di molte famiglie, potrebbe mitigare l’ impatto sui bilanci.
nicola borzi

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