Etruria, cinque dirigenti indagati Intreccio di favori e prestiti alle coop
vertici sotto tiro, rosi si difende: «nessun conflitto d’ interesse»
Salvatore Mannino AREZZO IL GROVIGLIO giudiziario di Banca Etruria è sempre più intricato, fra indagati che entrano nel tritacarne, anche mediatico, delle inchieste, e accusati che invece si apprestano a diventare imputati. È il caso, quest’ ultimo, dell’ indagine per l’ ostacolo alla vigilanza di Bankitalia di cui devono rispondere l’ ex presidente Giuseppe Fornasari, l’ ex direttore generale Luca Bronchi e il direttore centrale, responsabile del risk management, David Canestri. Per tutti loro, la richiesta di rinvio a giudizio è alla firma del procuratore capo Roberto Rossi ed è appunto l’ atto che li trasformerà da semplici indagati in imputati, che poi dovranno presentarsi dal Gip per l’ udienza preliminare. INTANTO, in un palazzo di giustizia sotto l’ assedio dei risparmiatori beffati nel giorno in cui vengono presentati i primo esposti di Federconsumatori e Codacons (dove si ipotizzano truffa, aggiotaggio e falso in bilancio), trapela la conferma di quanto ormai era scontato da giorni. E cioè sono indagati per il conflitto d’ interesse ipotizzato in primis nella relazione della Banca d’ Italia che accompagnava il commissariamento di febbraio, l’ ultimo presidente Lorenzo Rosi e l’ ex consigliere d’ amministrazione Luciano Nataloni, noto commercialista fiorentino, con ruoli di amministratore in importanti aziende toscane. Fonti ufficiose di procura confermano quanto aveva anticipato ieri il nostro giornale: non è indagato Pierluigi Boschi, vicepresidente negli otto mesi di Rosi e soprattutto padre del ministro, comunque sanzionato per 144mila euro da via Nazionale insieme a tutti gli altri membri del cda dell’ era Fornasari. Per quanto nelle relazioni di Banca d’ Italia sulle ispezioni (dal 2011 al 2015) in una Bpel sempre più disastrata si parlasse di 18 ex amministratori che hanno ricevuto 185 milioni di fidi (140 erogati) con 18 milioni di perdite, i nomi di Rosi e Nataloni sono gli unici che appaiono nell’ ultima. Al secondo si attribuisce un finanziamento da 5,6 milioni per il Td Group di Pisa finito a sofferenza, e uno da 3,4 non meglio specificato in situazione di incaglio. Accanto al nome di Rosi, invece, si cita un prestito in incaglio per l’ outlet Città Sant’ Angelo, alle porte di Pescara. Non c’ è la cifra, ma secondo indiscrezioni sono 10-12 milioni di un debito finito in ristrutturazione per la crisi in cui è precipitata la Coop rossa emiliana Unieco, socia dell’ affare insieme alla società italobelga Euroinvest e alla Castelnuovese, la coop valdarnese di cui Rosi è stato alla guida finchè non è assurto al vertice di Bpel. «NON ho ricevuto alcun atto giudiziario – spiega l’ ex numero uno interpellato dal nostro giornale -, sono sicuro di essersmi sempre mosso nell’ ambito dell’ articolo 136 del Testo unico bancario che regola il conflitto di interessi. Le pratiche di prestito della Castelnuovese, outlet compreso, risalgono al 2008, quando ero solo consigliere, e sono state votate all’ unanimità dal Cda di Bpel, come richiede la legge». Emergono poi altri particolari sul filone dell’ ostacolo alla vigilanza che sta per trasformare Fornasari, Bronchi e Canestri in imputati. Se a Banca d’ Italia fossero state correttamente rappresentate le sofferenze, sarebbe stato richiesto un aumento di capitale almeno triplo dei 100 milioni deliberati. C’ è poi l’ operazione della società Palazzo della Fonte, in cui fu racchiuso gran parte del patrimonio immobiliare della banca prima dello spin-off (73 milioni su 82 di valore) a un consorzio parzialmente finanziato (10,2 milioni) dalla stessa Bpel. In particolare, tra gli acquirenti, ebbero prestiti Farmainvest (2,5 milioni), Mineco (3,9), Findi (3) e Cogim (800 mila euro). In più il consorzio fu finanziato per 49,3 milioni da un consorzio creditizio, ma con rischio finale, in caso di inadempienza, che ricadeva proprio su Banca Etruria.
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