21 Febbraio 2007

È una richiesta contraddittoria ed eclatante quella …

È una richiesta contraddittoria ed eclatante quella …

SULMONA — È una richiesta contraddittoria ed eclatante quella avanzata dal Procuratore della Repubblica di Campobasso, Mario Mercone, nei confronti dei dieci indagati per il «caso Roccaraso». La costola dell’inchiesta relativa ai magistrati sulmonesi ha segnato infatti il passo, con da una parte la richiesta di archiviazione per nove indagati (escluso l’ispettore dello Sco Mancini) e dall’altra la richiesta di rinvio a giudizio per altri quattro. Mercone, in pratica, lascia la decisione al Gup di Campobasso, che dovrà decidere sulle responsabilità di quattro indagati che, però, hanno posizioni opposte e contrastanti. Da una parte, cioè, si chiede di processare il pubblico ministero Maria Teresa Leacche e l’ispettore di Polizia dello Sco Massimiliano Mancini, dall’altra si chiede di portare in giudizio per calunnia gli stessi personaggi che accusano i magistrati, cioè il presidente e il vice presidente del Codacons, Carlo Rienzi (nella foto) e Giuseppe Ursini. Alla Leacche viene contestata la sua mancata astensione dalle indagini su Valentini, nonostante i suoi presunti interessi nella comproprietà di un immobile a Roccaraso (il Paradiso-Aremogna), immobile che venne sequestrato dall’ex sindaco. Contro la Leacche anche il rifiuto ad ascoltare Valentini nelle dichiarazioni spontanee e il fatto di essere partita per gli Stati Uniti per un anno subito dopo la richiesta di custodia cautelare. Ancor più gravi le accuse rivolte a Mancini, la cui attività investigativa sarebbe stata «connotata da un notevole grado di iniziativa, indirizzandola in malafede in odio al sindaco di Roccaraso Camillo Valentini, rivelando un anomalo intendimento di persecuzione inquisitoria», il tutto per una vertenza di sfratto che Valentini aveva avviato nei confronti della madre di Mancini. Nella stessa richiesta di rinvio a giudizio, però, Mercone chiede di processare per calunnia Rienzi e Ursini per le accuse rivolte nei confronti degli inquirenti sulmonesi, compresi la stessa Leacche e Mancini. Sicuramente «per l’assoluta infondatezza dell’addebito» escono di scena (con la richiesta di archiviazione) il procuratore Giovanni Melogli ed Elena Celidonio (accusati di aver abusato della loro posizione per far assumere il figlio della donna come vigile urbano), il sostituto Aura Scarsella (nella foto) (accusata di incompatibilità per la professione del marito, farmacista a Roccaraso), il gip Luigi D’Orazio che firmò l’ordinanza di custodia cautelare che «reca un tale corredo di elementi in ordine sia alla gravità degli indizi, sia alle esigenze cautelari, da sottrassi allo scrutinio ab externo», il presidente della Corte d’Appello Michele Ramundo (accusato sempre da Rienzi e Ursini di aver abusato della sua posizione per affidare l’incarico al figlio Vito di sindaco supplente presso la Banca Popolare dell’Adriatico). Per le accuse a loro rivolte sono ora accusati di calunnia Carlo Rienzi e Giuseppe Ursini che «strumentalizzando il ruolo del Codacons producevano atti ed esposti in cui, pur sapendoli innocenti, accusavano i magistrati di omissione di atti d’ufficio e abuso d’ufficio». Rienzi, che già pensa di aver vinto la «guerra», ha chiesto una ispezione nel palazzo di giustizia di Sulmona e la sospensione dal servizio della Leacche e di Mancini, con il trasferimento dei processi in corso in altra sede.
 

 

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