7 Aprile 2009

Ecco perché predire è inutile

 Prima di affermare che siamo in grado di prevedere i terremoti, infatti, dovremmo imparare a specificarne tempo, luogo e magnitudo. E dovremmo poterlo fare in modo abbastanza affidabile da limitare al massimo i falsi allarmi, giustificando così disagi e costi di eventuali evacuazioni. Purtroppo non sappiamo farlo.  A dispetto dei lanci stampa di Codacons e Italia dei valori, dunque, la storia del ricercatore incompreso (Giuliani) e dell’establishment sordo e cattivo (Bertolaso e Boschi) è una favoletta. E non è certo la prima volta che viene raccontata, visto che Charles Richter, il sismologo che ha creato l’omonima scala, nel 1977 dichiarava: «I giornalisti e il pubblico si buttano dietro a ogni suggestione di previsione sismica nello stesso modo in cui i maiali corrono verso una mangiatoia piena. Quello delle previsioni è un terreno di caccia ideale per dilettanti, svitati e gente in cerca di pubblicità». La rete dei rilevatori sul territorio italiano è sporadica e seppure decidessimo di estenderla, come si augurano i pochi specialisti del settore rimasti, il radon resterebbe comunque un indicatore la cui affidabilità è tutta da verificare. Si tratterebbe sempre e comunque di attività di ricerca, che è cosa ben diversa dalla sorveglianza. La concentrazione di questo gas, che può essere rilasciato dalla crosta terrestre a causa delle onde sismiche, oggi non consente e forse non consentirà mai di fare previsioni deterministiche. La stessa cosa vale per gli altri precursori che potrebbe valere la pena di monitorare, come il livello dell’acqua nei pozzi e il comportamento degli animali. Perché il fatto che una piccola scossa possa trasformarsi in un forte terremoto dipende da una miriade di fattori che ne limitano in modo intrinseco la prevedibilità. Ad esempio non conosciamo la geometria delle faglie, le variazioni di resistenza dei materiali interessati, lo stato di stress. E dire che a partire dagli anni 70 questo settore di ricerca appariva in pieno boom a livello internazionale. Il culmine in Italia è arrivato nel 1989 con la scuola ad hoc finanziata da Boschi a Erice. Ma proprio le cassandre improvvisate e i falsi allarmi hanno decretato la perdita di credibilità (e di finanziamenti) che ora ha costretto anche Quattrocchi a mettere in un cantuccio il radon per occuparsi di cambiamenti climatici. Il de profundis l’ha suonato un intervento pubblicato da Science nel 1997 da un italiano insieme a colleghi americani e giapponesi. «Ogni tentativo di previsione fallito abbassa a priori la probabilità di quello successivo» scrivevano Francesco Mulargia e compagni. E poi: «La probabilità attuale di successo è estremamente bassa, visto che le idee ovvie sono state messe alla prova e sono state respinte per oltre 100 anni». Questo articolo, intitolato apoditticamente "I terremoti non si possono prevedere", ha anche insinuato dei dubbi sulla veridicità del più grande successo della storia delle previsioni sismiche. Era il 4 febbraio del 1975 quando il terremoto di Haicheng fece tremare la Manciuria con magnitudo 7.3 e i sismologi cinesi annunciarono di aver limitato drasticamente il numero delle vittime. Una pubblicazione ufficiale del 1988 però riferisce di 1.328 morti e 16.980 feriti, e in tempi di Rivoluzione culturale la tentazione di esagerare il successo potrebbe essere stata irresistibile. La conclusione di Mulargia e colleghi è semplice: invece di investire sul monitoraggio dei possibili indicatori, meglio usare le conoscenze sismiche per contribuire alla mitigazione dei danni dei terremoti. In realtà non è detto che una cosa debba escludere l’altra e se dopo il terremoto dell’Aquila l’Italia deciderà di tornare a investire almeno un po’ sulla ricerca predittiva non sarà certo un male. Sempre che non si confondano aruspici con scienziati e si tenga a mente che la priorità è un’altra: progettare e realizzare strutture antisismiche nelle zone a rischio.

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