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26 Novembre 2019

È vero che gli antibiotici finiscono nel piatto?

di Lorenza Pleuteri Quanti residui di antibiotici arrivano nei nostri piatti, passando dalle aziende zootecniche alle carni che mangiamo? Che peso ha l’uso veterinario di questi farmaci nello sviluppo dell’antibiotico-resistenza opposta dai batteri, causa ogni anno di migliaia di decessi? I controlli sono efficaci?

Qualche giorno fa, a margine del congresso della Società italiana di farmacologia, il professor Gianni Sava ha denunciato: «Negli allevamenti intensivi si ricorre agli antibiotici, per contrastare le infezioni legate alla promiscuità degli animali. Però questi farmaci vengono spesso somministrati anche a scopo preventivo, nonostante il bestiame non sia malato e la normativa ne vieti l’abuso. Ecco quindi che altri antibiotici, oltre a quelli assunti per curarsi, finiscono nella catena alimentare e poi sulle nostre tavole, spesso senza che ne siamo consapevoli».

Dal fronte degli addetti ai lavori arrivano smentite e rassicurazioni. Il Codacons annuncia la presentazione di un esposto.
Antibiotici per animali: ecco i dati Ue

L’ultimo rapporto pubblicato dall’Ema, l’Agenzia europea per i medicinali, certifica che i Paesi europei continuano a ridurre l’uso di antibiotici per gli animali. Le vendite in Europa sono diminuite di un terzo (il 32 per cento) tra il 2011 e il 2017. In particolare – come viene sintetizzato dai curatori del sito quotidianosanità.it – in ambito zootecnico «si è fatto meno ricorso a due delle classi di antibiotici di importanza fondamentale per la medicina umana: le vendite di polimixine sono precipitate del 66 per cento e le vendite di cefalosporine di terza e quarta generazione sono calate di oltre il 20 per cento».

La situazione non è però la stessa in tutta Europa, da dove provengono percentuali rilevanti delle carni servite sulle nostre tavole. «In 19 dei 25 Stati disponibili a fornire dati per il periodo 2011-2017 si è registrato un calo delle vendite di antibiotici veterinari di oltre il 5 per cento, in 3 nazioni (Bulgaria, Cipro e Polonia) invece c’è stato un incremento di oltre il 5 per cento, nelle restanti 3 (Lettonia, Irlanda e Finlandia) non si sono evidenziate variazioni significative».

L’Italia al secondo posto per quantità vendute

L’Italia, per quanto riguarda le vendite complessive espresse in tonnellate di principi attivi, si piazza al secondo posto dopo la Spagna (con 1.067,7 tonnellate contro le 1.770,4 della prima in classifica). Si tratta per la maggior parte (1.057,8) delle forme di antibiotici utilizzate principalmente negli animali da produzione alimentare. Se si estrapolano i dati con un altro parametro, le vendite calcolate per unità animale, la posizione italiana è la stessa, la seconda. Al primo posto, in questo caso, troviamo Cipro (con 273,8 tonnellate pro-capite nel nostro Paese contro le 423,1 di Cipro e con la Spagna stavolta al terzo posto, con 230,3 tonnellate).

Tutto, però, andrebbe letto con un’avvertenza, data al ministero della Salute: i numeri sulle quantità vendute devono essere intesi come “una stima dell’uso di antimicrobici”, ma non tutti gli antimicrobici commercializzati sono somministrati al bestiame nell’anno di riferimento e pertanto «non è possibile determinare quanto sia effettivamente utilizzato per ciascuna specie animale». Altra indicazione basilare: «Per “antimicrobico” – termine ampio che comprende anche gli antibiotici – si intende qualsiasi sostanza di ordine naturale, semi-sintetica o sintetica, che, a concentrazioni in vivo, uccide i microrganismi o ne inibisce la crescita o la moltiplicazione. In base alla loro attività e al tipo di microorganismo che ne subisce l’azione, possono essere suddivisi in battericidi, fungicidi e virocidi».

Italia prima in Europa per morti da antibiotico-resistenza
Codacons: «Intervenga la magistratura»

Questa sovrapposizione di dati, analisi e distinguo rischia di mandare in confusione il consumatore medio, preso tra chi lancia allarmi e chi li ridimensiona. Esagera chi grida all’abuso di antibiotici negli allevamenti di capi da macello? O minimizza troppo chi assolve senza riserve gli allevamenti? Il Codacons, per avere risposte e certezze, chiederà l’intervento della magistratura. «Secondo gli studiosi – premettono i paladini degli utenti – risulterebbe innegabile il legame tra i trattamenti a base di antibiotici negli allevamenti e l’altissimo numero di decessi causati da infezioni resistenti ai farmaci, in Italia ben 10.700 in un anno, contro i 33.000 di tutta la Ue. L’Organizzazione mondiale della sanità – incalza il presidente dell’associazione, Marco Donzelli – ha già chiesto ai Paesi europei e mondiali di limitare l’utilizzo degli antibiotici negli allevamenti, ma purtroppo con tempistiche molto lunghe. Ciò comporta enormi rischi per tutti coloro che consumano carne da allevamenti italiani e non solo. Presenteremo un esposto alla Procura della Repubblica, affinché vengano condotte indagini approfondite sulle conseguenze per la salute umana. Bisogna intervenire subito e limitare il fenomeno prima che si continui a morire per questo».
I veterinari: «Basta allarmi ingiustificati»

Gaetano Penocchio, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici veterinari italiani, prova a tranquillizzare i consumatori, rettificando le affermazioni del farmacologo Sava e cercando di ridimensionare articoli e post allarmistici e ansiogeni. «Siamo stanchi di leggere e sentire informazioni fuorvianti, diffuse da chi non conosce bene la materia di cui parla. La normativa che regola l’uso dei farmaci in medicina veterinaria, quelli per gli animali destinati all’alimentazione umana, declina con estrema precisione le possibilità di utilizzo di antibiotici, anche alla luce della valutazione del rischio per l’eventuale presenza di residui di farmaci o di loro metaboliti. Dal 2006 – ricapitola l’esperto – è stato bandito l’uso degli antibiotici quali additivi alimentari. Inoltre è vietato somministrare agli animali antibiotici a scopo preventivo, se non quando strettamente permesso dalla legge per casi particolari, sotto la sorveglianza e la responsabilità del medico veterinario ed esclusivamente nelle situazioni in cui ci sia un reale pericolo di diffusione di una patologia infettiva. Dal 2010 – continua – le vendite degli antibiotici ad uso veterinario nei Paesi europei vengono attentamente monitorate dall’Agenzia del Farmaco e i risultati sono aggregati e resi pubblici ed accessibili attraverso l’Esvac project», l’European surveillance of veterinary antimicrobial consumption, il sistema di sorveglianza dei consumi negli allevamenti.
«Anche in Italia consumi tagliati negli allevamenti»

«A partire dal 2011 – prosegue Penocchio – la zootecnia Italiana ha tagliato l’uso del 30 per cento. Inoltre gli obiettivi del Piano nazionale di contrasto dell’antimicrobico resistenza prevedono un’ulteriore riduzione del 30 per cento entro il 2020». Altra rassicurazione, sempre del rappresentante di categoria: «Di recente con grande sforzo da parte di tutte la categoria professionale, è entrato in vigore il sistema della ricetta elettronica veterinaria. Una delle finalità è proprio quella di monitorare e tracciare il consumo degli antibiotici, con la piena consapevolezza del ruolo che i veterinari hanno per la tutala della salute pubblica e della sicurezza alimentare del consumatore».

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