8 Marzo 2019

E se a prostituirsi fossero donne consapevoli, responsabili e libere?

 

Mercificazione del proprio corpo, svendita di se stesse per il puro piacere maschile, costrizione a fare ciò che non si vuole fare. È ciò che, nel sentire comune, vive qualsiasi donna che si prostituisce.
E se provassimo a capovolgere questo punto di vista, ipotizzando che a fare sesso a pagamento non siano solo vittime ma donne che in piena libertà hanno scelto di farlo per professione?
Solo una fantasia alla “Pretty Woman”? Una semplificazione surreale e in un certo senso comoda in una società “maschilista”?
Oppure è questa la realtà per la maggior parte delle donne (ma anche uomini e transgender) ed è più difficile accettarla, e dunque regolarsi di conseguenza, che ostracizzarla?

DIBATTITO ATTUALE – Il tema è più che mai attuale in occasione dell’Otto marzo, in tempi in cui a intermittenza si ripropone l’ipotesi della riapertura delle case chiuse (l’ultimo a suggerirla, in ordine di tempo, è stato il ministro dell’Interno Matteo Salvini) e all’indomani della decisione della Corte Costituzionale che ha stabilito che il reclutamento e il favoreggiamento restano reato, mantenendo così intatto l’impianto della legge che a 61 anni di distanza ancora regola il fenomeno della prostituzione, la legge Merlin.

LA LEGGE MERLIN – Era l’agosto del 1948 quando Angelina Merlin, antifascista (per cinque anni fu condannata al confino in Sardegna) e prima donna a essere eletta nel Senato della Repubblica, presentava la legge che aboliva la regolamentazione della prostituzione, chiudeva le case di tolleranza e introduceva i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento della prostituzione: “La sfrenatezza della vita è un sintomo di decadenza – l’aveva così difesa -. Il proletariato è una classe che deve progredire (…). Dominio di sé, autodisciplina, non è schiavitù, nemmeno in amore! I clienti sono spesso uomini corrotti, sposati, e non scapoli soltanto. Sono altresì studenti, operai, soldati che vengono condotti per la prima volta nel lupanare per soddisfare una curiosità. Non resterebbero certamente casti senza la regolamentazione, ma neppure cederebbero ai primi stimoli della passione, quando ancora non hanno le ossa ben formate. Ma ciò avverrebbe più tardi, con un atto normale e sano”.

POLEMICHE DA SEMPRE – Già all’epoca la legge (che sarà approvata solo dieci anni dopo quando, secondo i giornali italiani, erano in attività circa 3mila prostitute) suscitò dibattiti nell’opinione pubblica. Tra chi era contrario (alla regolamentazione, non all’eliminazione dello sfruttamento in sè) Gaetano Pieraccini, dissidente del Partito socialista italiano e medico: “Per evitare la prostituzione, dovremmo essere costruiti come gli animali inferiori, ad esempio il corallo, che è asessuale e non ha un sistema nervoso”. “Eliminando le case chiuse – diceva invece Benedetto Croce – non si distruggerebbe il male che rappresentano, ma si distruggerebbe il bene con il quale è contenuto, accerchiato e attenuato quel male”. “Un colpo di piccone alle case chiuse – il commento di Indro Montanelli – fa crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli: la Fede Cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre grandi istituzioni trovavano la più sicura garanzia”.

I DATI ISTAT – Oggi, secondo i dati Istat sull’economia sommersa relativi al periodo 2013-2016, si stima che la prostituzione realizzi un valore aggiunto pari a 3,7 miliardi di euro (cresciuto del 25,8% nel 2007) e consumi per 4 miliardi di euro, un trend sostanzialmente inviariato rispetto al 2015. Numeri ottenuto analizzando diverse tipologie di prostituzione (strada, appartamento, night-club). Sul numero delle prostitute attualmente attive sul territorio italiano non è altrettanto semplice stabilirlo: secondo un rapporto del Codacons circa 90mila persone esercitano la prostituzione in modo continuativo.

LA CONSULTA – Sciorinati un po’ di numeri, torniamo alla decisione della Consulta: se una donna è libera di vendere il proprio corpo (perché attenzione, la prostituzione di per sè non è un reato) perché non può farlo attraverso un’organizzazione che la aiuti a lavorare e la tuteli dal punto di vista della salute? La legge Merlin ostacola o non ostacola la libertà dell’autodeterminazione sessuale?

“UNA PROFESSIONE” – Lo abbiamo chiesto a Vincenzo Cristiano, presidente dell’Ala Milano Onlus, un’organizzazione pluripremiata dal Comune di Milano che dal 1996 si occupa di interventi sociali: “Il nostro approccio – ci spiega – è finalizzato alla tutela della salute, della persona che esercita questa professione. Badi a quello che dico, che esercita questa professione”.
Sì perché per Cristiano e per lo staff di professionisti (tra psicologi, educatori, mediatori culturali e linguistici), l’obiettivo non è “salvare” le donne dalla strada. Primo perché, ci racconta, la prostituzione su strada è una minima parte. Ma è quella più visibile, quella di cui parlano tutti, perché “rompe più le scatole”, con problemi di ordine pubblico e degrado. “Banalmente, se vivi in una zona bazzicata da prostitute, la tua casa si svaluta”.
Secondo perché “ci è capitato pochissime volte ricevere una richiesta esplicita di aiuto”. Mentre è invece necessario supportare donne, uomini e transgender da malattie sessualmente trasmissibili: “È un approccio che esce fuori dalla pochezza mediatica, mi rendo conto”.

“LIBERA SCELTA” – “La prostituzione – aggiunge – è bene chiarirlo, non è solo la tratta, la donna sfruttata e obbligata, la minorenne albanese o la giovane nigeriana che subisce l’influenza dei riti voodoo. È anche quello, ma in minima parte. E allora, rispetto alle situazioni di tratta, di vittime, di gente abusata e schiavizzata, bisogna assolutamente applicare una dura repressione. Noi per fortuna abbiamo una normativa che è forse una delle migliori a livello mondiale su questo”.
“Ma la buona fetta di questo settore è fatta di libere scelte. Magari non facili, magari sì, ma esistono. Ci sono persone che vendono il proprio corpo come lavoro. Lo sappiamo per esperienza, e questo ci permette di dire che sarebbe assolutamente necessario riconoscere l’esercizio della professione. Regolarizzandola si riuscirebbe a ridurre in modo consistente chi è su strada, in situazioni pericolose. La criminalità organizzata non potrebbe fare più business perché si riconoscerebbe l’esercizio in diverse forme, chi in cooperativa, chi in libertà: dal punto di vista della salute si potrebbero avere controlli maggiori”.

“TROPPA IPOCRISIA” – “La verità è che regna sovrana l’ipocrisia: tutti bravi ad alzare il dito scandendo mille banalità, e poi gli stessi, magari professionisti, magari padri di famiglia, usufruiscono di queste prestazioni a pagamento”. Perché “mi spiace sfatare un mito ma il cliente tipo non è quello ‘brutto’, ‘sfigato’, che non ha altre possibilità di sfogare la propria sessualità ma è una persona di una certa cultura, spesso con figli e moglie o marito”. E ancora “ci sono tante donne che pagano per fare sesso con chi si prostituisce. Ci sono coppie sposate, che vanno a cercare il ragazzo o la ragazza, per fare un’esperienza diversa. La sessualità ha una complessità e rientra nella normalità delle cose”.
Dunque “tu Stato devi tutelare la libertà individuale e la responsabilità dei cittadini. Tutto quello che è repressione non funziona, non ha mai funzionato”. Anche l’opinione pubblica “affronta certi temi come tifosi di una squadra di calcio mentre vanno ragionati”.
E, in chiave otto marzo, la provocazione: “Perché la donna non è libera di esprimere la propria sessualità, anche a pagamento?”.
Angelica D’Errico

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