7 Giugno 2002

E nel giro di due anni la metà delle aziende potrebbe chiudere


VITTORIA – Si può far finta di niente, oppure prendere tutto terribilmente sul serio, e considerare che, anche se qui non ci sono stabilimenti e catene di montaggio con marchi prestigiosi, Fiat per dirne uno, oppure se l`aria di crisi da queste parti non riguarda microchip, non ingegneri, non sofisticate ed altissime tecnologie, nonostante tutto ciò la situazione è grave. Ma grave quanto, siamo seri. In fondo parliamo solo di agricoltura, qualcuno direbbe, di contadini che si ostinano a produrre in serra prodotti che ogni tanto le televisioni ci spiegano essere persino nocivi all`uomo. L`ultima campagna risale a qualche mese fa, e ha fatto inorridire gli uomini e le donne del Vittoriese e di tutta una immensa zona di serre, di qualità, di prodotti genuini un po` più di quanto si riesca a credere. Ma le televisioni fanno il loro mestiere si sa. Bisognerebbe capire, di tanto in tanto, semmai, per conto di chi lo fanno. Al punto che pomodorini, zucchine, peperoni sono stati tacciati d`essere velenosi. Ma solo se acquistati e consumati freschi e veraci. Se qui viene ad acquistare la grande industria della trasformazione, gli stessi prodotti ovviamente, e poi li immette sul mercato secondo i suoi principi e i suoi desideri, allora la tossicità presunta sparisce, diventa qualità.
La situazione qui a Vittoria e dintorni non è grave, è gravissima. La crisi della serricoltura galoppa. Quel che qua si vende tra le 100 e le 200 lire non serve a coprire nemmeno una parte delle spese sostenute dai produttori – spiegano al mercato di Vittoria Maurizio Manchini, presidente dell`Associazione Commissionarie – eppure fuori da qui i prezzi degli stessi prodotti volano alle stelle. A gennaio – incalzano i portavoce dei produttori – quando per via delle gelate i prezzi dei prodotti erano saliti, seguendo una legge inesorabile di mercato, scesero in campo il ministro Alemanno, i Nas, il Codacons, la Regione siciliana, per accertare se non vi fossero speculazioni da parte dei produttori. Oggi nessuno si cura del perché c`è questa differenza abissale, nessuno tutela i consumatori.
Per capire il perché della crisi bisogna partire da lontano e puntare più in alto.
«Tutto comincia – spiega il sindaco di Vittoria, Ciccio Aiello, che passa le sue prime ore da sindaco riconfermato proprio qui al mercato ortofrutticolo – dal fatto che il prodotto che viene fuori dalle serre vittoriesi si va ad inserire in un segmento di mercato tendenzialmente medio e medio alto. In sostanza il consumatore tipo del primaticcio lo compra e lo consuma solo se il prezzo che deve pagare corrisponde all`idea che egli si è fatto, cioè di qualcosa di esclusivo e di costoso. Sembra assurdo, ma è così. In questo processo, naturalmente, c`è quella filiera che porta dal produttore al consumatore, in cui l`unico a dovere subire tutte le più restrittive leggi di mercato è il primo, mentre tutti gli altri possono agire con elasticità e con una caratura a proprio piacimento, sino a fare arrivare il prodotto sui banchi della grande distribuzione ai prezzi più convenienti per la catena che li vende e sostanzialmente di buon grado accettati dal punto di vista psicologico dai clienti».
Il processo sembra assurdo, se non perverso. Ma ai produttori e al sindaco Aiello sembra talmente vero, che una delle prime cose che chiedono a gran voce al ministro Alemanno è la visualizzazione dei prezzi all`origine in tutti i punti vendita al dettaglio, Loro dicono, in sostanza, che se alla signora che compra i ciliegini sta bene pagarli a diecimila lire a confezione, sappia, almeno, che quando escono dal mercato sono costati dieci volte meno e pochissimo hanno reso ai produttori.
La cosa non sarebbe gradita più di tanto, forse, dalle catene della grande distribuzione, che dovrebbero a loro volta spiegare come mai c`è un aumento così sostenuto dal momento in cui i prodotti escono dalle serre, sino alla commercializzazione. E questo spiegherebbe anche, sussurrano ad alta voce in tanti qui al mercato di Vittoria, come mai quando per le gelate i produttori furono costretti ad aumentare i prezzi, ci fu un`insurrezione generale, con tanto di blitz. Il fatto si spiega: dovendo pagare un po` di più i prodotti, a quanto dovevano rivenderli, poi, per garantirsi gli straguadagni? Bella domanda, no?
E così mentre la grande industria della trasformazione viene qui a fare incetta di prodotti a prezzi stracciati (e se non sono stracciati non comprano), e mentre il produttore annaspa con bilanci sempre più in rosso, è l`economia di mezza Sicilia che rischia di colare a picco. Perché se questa attività non si chiama Fiat e merita lo scarso interesse che il Governo nazionale le ha dedicato sino ad ora, è pure vero che le aziende che operano sul territorio a vario titolo sono migliaia e impegnano globalmente circa centomila persone. Che cominciano ad avere debiti ed esposizioni con le banche, che cominciano a vedere le cambiali andare in protesto, gli istituti di credito sbattere loro le porte. E strane facce, di usurai si direbbe, si vedono aggirarsi pronte a prestar loro del denaro.
Nel frattempo a Vittoria non si immatricolano più autoveicoli industriali, utilizzati per il trasporto dei prodotti delle serre, dalla fine degli Anni `80. Negozi di abbigliamento aperti nel periodo d`oro dell`economia della zona, sono chiusi o tristemente deserti, in via Cavour comincia più la desolazione nelle ore di punta e la depressione, che non l`allegria e l`euforia di un tempo. Erano state chieste qualche anno fa alcune decine di concessioni edilizie per costruire case e palazzine. I richiedenti non sono venuti a ritirare le concessioni, nonostante siano state firmate. Non ci sono più né soldi né condizioni per costruire.
Quanto può resistere quest`economia? Aiello dice poco.
“Molto poco, perché se non si interviene subito nel giro di due o tre anni al massimo la metà delle aziende saranno costrette a chiudere i battenti. Per questo chiediamo, innanzitutto, che il Governo intervenga con l`approvazione di misure rivolte al ripianamento delle passività bancarie e contributive delle aziende terricole. Ma anche con l`approvazione e il finanziamento di misure ed interventi per il rinnovamento degli apprestamenti terricoli, anche tramite consorzi fidi“.
Già, ma interverranno i politici? Questa storia della serricoltura vittoriese e della crisi che la attanaglia dopo anni d`oro, non è molto diversa da quella del settore agrumicolo, che la politica miope e ipocrita di molti governi ha negli anni, sostanzialmente, distrutto, mandando al macero non solo i prodotti, ma anche la buona volontà e l`inventiva dei nostri produttori. Nella vicenda della posizione invasiva assunta dalla grande industria della trasformazione, per esser chiari, c`è il sospetto, fondato, che non solo questi gruppi vengano a comprare a Vittoria a prezzi stracciati, ma che, grazie a incentivi che vengono dall`Unione europea proprio per i prodotti trasformati, l`affare sia colossale, giocato tutto sulle spalle dei produttori. Che vedono i loro giro d`affari crollato in meno di un anno del 70%, mentre gli altri dominano con la legge del mercato libero e selvaggio. E, tanto per restare sul tema agrumi, se in questo mercato i padroni del vapore trovano prezzi che non gradiscono, salutano, girano i tacchi e se ne vanno in altri Paesi, a comprare a due lire. Ricordate la storia degli agrumi siciliani schiacciati e di quelli del Marocco o d`altri paesi europei o nord africani, che finivano sulle nostre tavole?
Il nodo della vicenda è questo, ma, naturalmente, anche la gente di qui qualche errore lo ha fatto, strada facendo. Errori che nascono da una mancanza di cultura dell`aggregazione, del compattare le forze. Al primo accenno di crisi, in sostanza, ognuno ha cercato di salvare il proprio orticello. E se uniti si soffre, divisi si muore, nelle grinfie di questo mercato. Così oggi si torna a parlare della necessità di ripartire dall`aggregazione di tante microforze per crearne una vera, unica e concorrenziale. Istituendo, per esempio, anche un fondo di rotazione che consenta al produttore, messo di fronte al ricatto di vendere il suo prodotto a 100 lire anche se a lui è costato 900 tirarlo su, rinunciare a quell`elemosina, e attingere dal fondo le 700 lire che servono a vivere, se non a sopravvivere.
Ma per avere questa forza è importante che non tutti tramino contro. Così le campagne contro i prodotti delle serre, condotti con disinvoltura e spregiudicatezza dai mass media, andrebbero contestate e contrastate non solo e non tanto dai produttori, ma dal Governo stesso, che dovrebbe avere a cuore l`economia di questa zona. Ricordando un particolare che appartiene alla storia, ma che fa lo stesso venire i brividi, proprio per questo. Alla fine dell`800 a Vittoria la vinicultura era forte e autentico motore per il sistema economico. Un brutto giorno furono imposti i dazi doganali con la Francia e piombò, come un accidenti, una crisi di Fillossera. Bastarono pochi mesi per passare da un periodo florido e produttivo, ad una crisi che provocò il fallimento di migliaia d`aziende. Ci vollero sessant`anni per ripartire, e una coscienza civile e sociale con la riaffermazione di una cultura contadina che, per dirla tutta e brutalmente, oggi nel Paese che riconosce come campagna solo il mulino bianco e come buona economia solo quella dei padroni di tutto, sarebbe molto difficile ricacciare fuori per scongiurare la catastrofe. E altro che sessant`anni ci vorrebbero per tornare a respirare. Altro che.

Previous Next
Close
Test Caption
Test Description goes like this