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19 Gennaio 2009

E c’è anche uno stratagemma: il pre-conto per restare in nero

E Il trucco Le organizzazioni dei consumatori: «Stop ai furbi»

Piazzetta di Monti. Nel bar vanno e vengono i clienti, parecchi sono turisti di passaggio. Qualcuno chiede il conto ed ecco trotterellare il cameriere che porta uno scontrino. O meglio, un foglietto che gli somiglia. Sopra non c’è partita Iva, e neanche ci sono indicazioni chiare di chi lo ha emesso. Per forza, non è uno scontrino fiscale: di chiaro c’è solo il prezzo. In basso, poi, una riga invita a rivolgersi alla cassa per ritirare quello vero. Peccato che, vista la clientela, non ci sia neanche un minimo di indicazione in inglese… Stessa scena in una delle grandi traverse di piazza Mazzini, via Settembrini. I tavolini, anche qui, sono tanti e la clientela è ampia, ad ogni ora. Si mangia, si beve, si consuma tra tavoli esterni ed interni. Al momento del conto la scena si ripete più o meno uguale. Stavolta l’intestazione c’è, piuttosto grossa, il tavolo anche e il numero di coperti è indicato, viene perfino stabilita quale sia la sala (esterna o interna), c’è l’ora e c’è la data, c’è infine la somma da pagare e la consumazione relativa. Cosa manca? La partita Iva dell’esercizio. Insomma, non è uno scontrino fiscale neanche questo. E poi lo attesta l’invito, un po’ criptico, che figura come ultima riga dello scontrino: «Pregasi ritirare lo scontrino alla cassa». Notate: neanche l’avvertenza di definirlo «fiscale». Quanto agli stranieri, che si arrangino… Va così in tanti posti della città: in piazza SS. Apostoli un ristorante ricorre da tempo allo stesso sistema. Ma il metodo investe parecchio centro storico e quartieri annessi. è questo il nuovo regno dello «scontrino-nonscontrino» con cui ormai conviviamo. Un metodo legale, contrastato da tempo dalle associazioni dei consumatori. «Non c’è più il conto sul tavolo – spiega Primo Mastrantoni, segretario dell’Aduc – . Danno un foglietto che assomiglia a quello vero, però non c’è mai la partita Iva e spesso neanche un’intestazione. Il cliente non ci pensa e paga. Tempo fa li abbiamo segnalati alla Guardia di finanza. Li abbiamo definiti falsi scontrini fiscali…».  «Li fanno sempre più simili – spiega l’avvocato Carlo Rienzi, anima storica del Codacons -. La maggior parte dei clienti non se ne accorge, paga in buona fede, li portano perfino ai commercialisti. Figuriamoci! Quelli che li emettono hanno inventato un antidoto alle tasse… La soluzione? Si facciano casse automatiche che emettono direttamente un unico possibile scontrino». Per Paolo Landi, di Adiconsum, questi scontrini- nonscontrini sono «un modo elegante per apparire di essere in regola, quando non è così». «Per combattere questi mezzucci basterebbe che Agenzia delle entrate e Guardia di finanza facessero un giretto emettendo qualche sanzione. Non c’è bisogno di fare chissà cosa su tutti i negozi, basta dare un segnale. Ma per risolvere alla radice, allora basta collegare direttamente i registratori di cassa all’Agenzia delle entrate. Perché non lo fanno? ». 

 

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