22 Dicembre 2007

E adesso vi faccio causa

NUOVE TUTELE/1 Arriva anche in Italia la class action. Ma non porterà, come quella americana, a risarcimenti miliardari. Anzi, dalla Finanziaria è uscito un pastrocchio che rischia di rendere più complessa la vita a consumatori e aziende. Brindano solo le associazioni, le uniche vincitrici. Che la giornata fosse destinata a diventare storica lo hanno fatto capire subito alcune associazioni come l`Adusbef e la Federconsumatori, proclamando il 21 dicembre la giornata dei diritti degli utenti. Sì, perché, con l`approvazione a forza di votazioni di fiducia della Finanziaria, il Senato ha introdotto nell`ordinamento italiano la class action, la causa collettiva che ha fatto la fortuna di molti film americani, portando però sull`orlo del baratro i conti di diverse big company statunitensi. Sarà una rivoluzione per il disastrato sistema giudiziario italiano? Possibile. Certo è che, nell`attesa del 1° luglio 2008, data in cui si potranno presentare le prime azioni legali, le polemiche già divampano, a cominciare dalle stesse associazioni dei consumatori. Comunicati di esultanza a parte, se si scende un po` nel merito, i Ralph Nader tricolori avrebbero voluto un testo più vicino alla legge madre americana; lo considerano, insomma, un po` annacquato. La legge non piace, per motivi opposti, ai rappresentanti delle imprese, che intravedono il rischio di finire nella morsa di cause costosissime. Non convince, infine, le autorità di vigilanza dei mercati e le associazioni di riferimento del mondo degli investimenti e della finanza. Da tutte le parti piovono critiche, insomma, e il sospetto è che quella che sta per andare in vigore sia una legge che il governo ha voluto per gettare acqua sul fuoco del malcontento che è cresciuto dopo gli scandali Cirio, Parmalat e dopo la vicenda ancora da chiarire dei derivati, senza però riuscire a incidere in modo concreto sulle distorsioni del sistema. Eppure, la class action, o tipologie di azioni risarcitorie collettive, esistono in quasi tutti gli ordinamenti, a testimonianza della necessità che ovunque è sentita di creare un sistema che difenda gli interessi dei consumatori. Ma dopo un lungo iter legislativo e un estenuante confronto con i rappresentanti delle varie parti coinvolte si è arrivati a un provvedimento di compromesso che sembra scontentare tutti. Ecco perché.Tempi lunghi. Andando al sodo, chi proverà una class action deve mettere in conto che i risarcimenti, se ci saranno, si faranno attendere. L`iter previsto, infatti, è abbastanza tortuoso. In primo luogo l`azione non potrà essere promossa da un singolo cittadino, ma solo da un`associazione rappresentativa di interessi collettivi. Inoltre, bisognerà superare due distinti passaggi: il giudizio di merito, in cui un magistrato dovrà decidere se l`impresa merita di essere condannata, e stabilire, nel caso affermativo, le modalità per fissare gli importi dovuti e la procedura per i rimborsi. Di soldi nel concreto, però, si parlerà solo nella seconda fase, quando il caso passerà di competenza alla camera di conciliazione, ancora da costituire presso i vari tribunali. Nelle condizioni in cui versa il sistema giudiziario italiano è probabile che per percorrere tutto l`iter ci possano volere degli anni, forse anche molti (il Codacons dice addirittura 20). Paradossalmente, però, proprio i tempi lunghi di questo doppio iter, sollecitato da Confindustria al fine di depotenziare questo tipo di azione, possono trasformarsi in una spada di Damocle sospesa sulla testa delle imprese. Il rischio è che si verifichi esattamente quello che per anni è accaduto negli Stati Uniti e che il governo federale ha poi cercato di raddrizzare, cioè la prolificazione delle transazioni tra l`impresa coinvolta e gli utenti che hanno promosso l`azione, fino al punto da vanificare la legge stessa. Secondo uno studio pubblicato da una rivista specializzata americana, nell`ultimo secolo più dell`85% delle class action si è concluso patteggiando il risarcimento, in moltissimi casi senza neanche giungere in dibattimento. Luca Arnaboldi, senior partner dello Studio Carnelutti, spiega a Milano Finanza che “negli ultimi due anni proprio negli Stati Uniti, considerata la patria della class action e per questo paese preso continuamente ad esempio, questo tipo di azione è stato fortemente ridimensionato. Ne sono stati ristretti i campi d`applicazione ed è stato elevato il numero dei danneggiati quale pre-requisito per avviare la causa“. Questo che cosa vuol dire? “Che in quei paesi dove vige il sistema anglosassone“, continua Arnaboldi, “ci si è resi conto delle distorsioni e dei danni che la class action aveva provocato e si è corsi ai ripari“. Il continuo ricorso alle transazioni dimostra con chiarezza che agitare sotto il naso di un`azienda la possibilità di un`azione risarcitoria collettiva è diventata a un certo punto una vera arma di ricatto, come dimostra anche tutta una serie di indagini che sono state condotte in materia per iniziativa di istituzioni come l`American Chamber of Commerce e il Forum di Giustizia Europeo. “Il fatto è che l`azienda per evitare danni di immagine preferisce pagare pur di stoppare l`azione legale, anche quando ritiene di non avere adottato comportamenti scorretti“, spiega Arnaboldi. Esiste tale pericolo anche in Italia? A quanto pare sì, solo che il coltello dalla parte del manico non ce l`hanno gli studi legali come accade negli Stati Uniti, bensì le associazioni dei consumatori, che assumono così un enorme potere con la nuova legge. Le associazioni dei consumatori e “tutti i comitati adeguatamente rappresentativi degli interessi collettivi“, infatti, sono i soggetti legittimati ad agire secondo la nuova versione del testo di legge passato in Senato (nella prima stesura erano state autorizzate solo le associazioni dei consumatori). Restano fuori gli avvocati, per evitare, si è detto, che si crei un filone di business a tutto vantaggio di una categoria di professionisti e a scapito degli interessi dei consumatori. Filone di business che però potrebbe crearsi in capo a quegli studi legali che ruotano intorno alle associazioni dei consumatori.Un coro di critiche. Nonostante il ruolo e il potere che la legge riconosce loro, associazioni come Adiconsum, Federconsumatori e Codacons hanno trovato alcune ragioni per dolersi. Il motivo? Uno è sicuramente l`assenza dal testo normativo del cosiddetto danno punitivo. Vuol dire che le aziende, a differenza di quanto avviene negli Stati Uniti, dovranno solo risarcire i singoli cittadini del danno accertato e non l`intera categoria eventualmente danneggiata dalla stessa azione. “In effetti“, prosegue Arnaboldi, “il danno punitivo è un principio che non esiste nell`ordinamento giuridico italiano e che il legislatore non ha utilizzato né nella prima né nella seconda stesura del testo“. Cosa che, secondo le associazioni dei consumatori, depotenzia di fatto la legge. Per contro, neanche Confindustria è contenta, poiché è convinta che l`introduzione della class action produrrà una sorta di catastrofe per le imprese che, in un sistema scarsamente competitivo come quello italiano, saranno ancor meno incentivate a investire. E le autorità di mercato? Anche in questi ambienti regna lo scetticismo. La Consob, per esempio, non si esprime preferendo assumere una posizione attendista. Di recente, però, il presidente Lamberto Cardia non ha nascosto le sue perplessità dichiarando che “se male interpretata la class action può essere dannosa per il sistema, portando a un proliferare di cause legali“. Cautela anche da parte di Assogestioni. Interpellata da Milano Finanza, l`associazione guidata da Marcello Messori, pur riconoscendo la necessità di uno strumento di tutela dei consumatori, mette in guardia dai rischi di “un utilizzo distorto della legge“.C`è poi il problema della retroattività. Non è una questione di lana caprina, visto che fa la differenza tra l`inclusione o l`esclusione dei casi Cirio e Parmalat. Il testo approvato dal Parlamento al riguardo tace. Secondo Assirevi, l`associazione dei revisori contabili, “il buon senso“ sembrerebbe “far ritenere che la nuova normativa va applicata per il futuro“. Siccome però, come detto, il provvedimento nulla dice al riguardo, toccherà al magistrato stabilirlo caso per caso. Chi sembra non avere dubbi all`inverso, invece, sono le associazioni dei consumatori che hanno, come detto, già proclamato il 21 dicembre come giornata dei diritti degli utenti per celebrare la class action. “L`avvio della causa collettiva“, ricordano infatti Adusbef e Federconsumatori, “ha effetti immediati: interrompe le prescrizioni delle altre cause avviate dai consumatori, anche singolarmente“. Chi ha orecchie per intendere intenda. I paradossi. Nei paesi in cui la legge sulle azioni collettive è operante, le situazioni che vengono portate all`attenzione dei giudici sono le più svariate. Per esempio, una broker ha iniziato davanti al tribunale di San Francisco una class action nei confronti della Morgan Stanley per discriminazione sessuale. Il motivo della causa collettiva è quello dell`affidamento dei portafogli clienti più sostanziosi a broker maschi e di lasciare i più poveri alle donne. Nel caso di vittoria il risarcimento potrà andare anche alle altre broker che si trovano nella stessa condizione di discriminazione da parte della Morgan Stanley. Microsoft sta subendo in questo stesso periodo una class action da parte di acquirenti dei suoi pacchetti software con l`accusa di pratiche monopolistiche. Apple, dal canto suo, ha in corso diverse class action per la pubblicità ingannevole degli iPod sulla durata delle batterie, sulle garanzie poco chiare e per aver venduto computer usati come nuovi. Per non parlare della causa collettiva intentata alla Burger King dai dipendenti e dagli ex dipendenti che si sono visti fare delle trattenute indebite sulle buste paga. Una breve panoramica che testimonia la frequenza della pratica della class action nel mondo, con il verificarsi di casi paradossali, e che fornisce un`idea di quello che in futuro potrà avvenire anche in Italia.

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