2 Gennaio 2018

Due cent per busta, italiani spiazzati

nei supermarket clienti impreparati alla gabella. il codacons protesta
Elena Barlozzari Roma L’ unica cosa certa in questo primo giorno del 2018 è che non trovi la fila alla cassa. Qua e là per Roma ci sono alcuni supermercati aperti: Pim, Conad, Carrefour, Todis. Nessuno è affollato. Il vantaggio è che c’ è tempo per chiacchierare. Ce n’ è uno, per esempio, in via dei Sabelli dove una signora di una certa età sta con attenzione scegliendo la frutta, prende una mezza dozzina di arance e le fa cadere una alla volta nel sacchetto, stesso gesto per pere e mele, che per saggezza matematica non vanno mai contate insieme e per l’ uva. Le pesa alla bilancia separate. Per ogni insieme il suo prezzo. Non si è accorta che le buste sono nuove e soprattutto non sa che dovrà pagarle. «Ma come costano e da quando?». «Da oggi». «E quanto?». «Qui due centesimi, ma possono arrivare anche a cinque». In tutto quattro per due otto fanno otto centesimi. Non è una somma da sentirsi male, però l’ idea di pagare questi sacchetti che stanno vicino alle bilance insieme ai guanti nel reparto frutta o pane la signora la trova un po’ stramba. Non è la sola. Più di qualcuno quando è stato informato della nuova norma sugli «shopper ultraleggeri», biodegradabili al 40 per cento. È per tutelare l’ ambiente, dicono. «Ok – è la risposta – ma perché dobbiamo pagarli». È più il fastidio che la spesa. L’ idea è che alla fine sia sempre il consumatore a rimetterci. È quello che sottolinea il Codacons. «Si tratta di un balzello inutile che non ha nulla a che vedere con l’ ambiente e con la lotta al consumo di plastica – spiega l’ associazione – È una vera e propria tassa. Sono costi che dovrebbero essere solo a carico delle aziende e dell’ industria. Alla fine ci sarà un amento di spesa che potrà raggiungere i 50 euro annui a famiglia». Qualcuno, più per tigna che per risparmiare, dice che si conserva il sacchetto e la prossima volta se lo porta da casa. Non si può, vietato per l’ igiene. «Vabbé – sostiene un universitario che sembra appena caduto da letto – così è una furbata. È un modo per racimolare soldi giocando sugli spiccioli e i grandi numeri. Neppure gli accattoni». Chi sta alla cassa dice che non è certo colpa loro. Ne sa qualcosa in più il direttore del supermercato. «Questa storia danneggia anche noi. È un danno all’ immagine e certo non ci guadagniamo nulla. A me sembra che sia un favore fatto alle aziende che li producono». In effetti è un nuovo affare messo su con la scusa dell’ ambiente. Non sono molte quelle autorizzate a fabbricarle e, mettendosi d’ accordo, potrebbero imporre il prezzo alle catene di supermercato. Insomma, è un rimpallo di responsabilità. Ma siamo davvero sicuri che tutto questo serva a rendere il mondo più pulito? «Io questo sacchetto – dice uno che ha appena comprato qualche rosetta – lo butto nella spazzatura come gli altri».
elena barlozzari

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