22 Aprile 2020

Dove erano le istituzioni quando si chiedevano i tamponi?

 

CLAUDIO MARINCOLA Le case di riposo lanciavano un grido d’aiuto, chiedevano dispositivi, istruzioni, infermieri, personale specializzato, tamponi, e per tutta risposta dalla Regione Lombardia arrivavano solo indicazioni generiche e in allegato le linee guida per la dolce morte, la sedazione terminale. È successo anche questo. Nelle Rsa si entrava vivi, in certi casi camminando sulle proprie gambe, e si usciva dentro una bara. Il libretto di istruzioni diffuso dall’Ats lombarde si concludeva con l’ultima procedura. Il passaggio da malato Codiv-19 a caro estinto.

Un gruppo di geriatri in servizio presso la Fondazione Castellini di Melegnano, una grande residenza sanitaria che ospita 365 persone fragili, ha deciso di raccontare tutto. A differenza di tante serie televisive di successo non è frutto di fantasia. Persone realmente esistenti, ogni riferimento è voluto, certificato con nome e cognome: Irene Pelliccioli, Giulia Maria Antonietti, Lorenzo Chiesta, Chiara Nodari, Benedetta Panni Serena Sarra, Rosaria Torchetti e Barbara Vitaloni, gli 8 firmatari. Si ricostruisce per filo e per segno come, quando e perché, è scoppiata la pandemia da Coronavirus. E in che modo le Rsa sono diventate scialuppe alla deriva tra i marosi.

LA DELIBERA ASSASSINA

L’atto d’accusa più pesante riguarda la delibera XI/3018 varata della giunta regionale lombarda lo scorso 30 marzo. Si stabiliva che per i pazienti di età superiore ai 75 anni e in presenza di situazioni di precedente fragilità, nonché presenza di più comorbilità, era opportuno che le cure venissero effettuate presso la stessa struttura per evitare ulteriori rischi di peggioramento dovuti al trasporto e all’attesa al Pronto soccorso e che a tali ospiti nel caso di bassa saturazione si sarebbe dovuto somministrare ossigeno terapia.

«Ma di cosa stiamo parlando – scrivono gli 8 medici – non solo ci dicono che è opportuno non mandare i nostri pazienti in ospedale, cosa eticamente discutibile ma addirittura ci suggeriscono ovvietà come quella di somministrare ossigenoterapia e ci allega le procedure per la sedazione palliativa e terminale? Come se queste procedure non le conoscessimo già, siamo geriatri, da anni gestiamo un Hospice interno alla Fondazione». Le Ras sono un concentrato di popolazione a rischio. «Tutti si sono dimenticati di noi tranne accorgersene adesso che, chissà come mai, molti anziani sono deceduti. Dove erano le istituzioni mentre chiedevano i tamponi che non ci venivano dati se non con il contagocce? Dove erano quando i nostri impiegati degli uffici acquisti spasmodicamente cercavano di procurare per noi mascherine e dispositivi di protezione introvabili? Quando venivano bloccati per essere destinati agli ospedali?». E ancora: «Dov’erano le istituzioni quando i nostri colleghi si sono ammalati prestando servizio ai nostri pazienti? E dov’erano quando sono scoppiati i focolai nei nostri reparti e siamo stati lasciati soli a gestire la “nostra” emergenza?».

Dinanzi a questa lunga serie di domande, alle quali un giorno si dovrà dare risposta, l’arrivo dei Nas, l’apertura di fascicoli in Procura, suonano come l’ennesima beffa. «Perché non ci hanno fornito una formazione specifica o non ci hanno inviato degli infettivologi? Perché non vengono a vedere con quanta cura oggi affrontiamo tutti gli aspetti della malattia. Perché non ci sono solo la febbre o l’insufficienza respiratoria, quando passa la fase acuta restano la debolezza e l’inappetenza, altrettanto pericolose per un organismo anziano e malato. Perché non vengono a vedere le strategie che inventiamo per far mangiare i nostri malati?».

Le inchieste della Procura vedono coinvolte ormai una ventina di strutture. C’è chi come il Codacons, l’associazione che difende i diritti dei lavoratori, in queste ore parla di responsabilità dolose e chiede l’arresto dei responsabili. Il primo passo sarà la presentazione di un esposto contro la Fondazione Don Gnocchi dove ieri la Finanza ha condotto una perquisizione. E siamo solo all’inizio. Mentre in molte strutture si continua a lavorare senza la certezza di essere negativi.

«Certo che tra noi medici ci potrebbero essere positivi, non lo sapremo finché non ci faranno il tampone».

Ma non era la prima cosa da fare, scusi?

«I primi ce li hanno dati dopo un mese che li avevamo richiesti, quando sono finiti ci hanno risposto…arrangiatevi voi, prendeteveli da soli se ci riuscite», spiega la dottoressa Irene Pelliccioni, la prima firmataria della lettera aperte. Come i suoi colleghi ha deciso di metterci la faccia, aprendo quel cancello ormai chiuso da quasi due mesi.

GALLERA ASPETTA I TECNICI

I lutti hanno riguardato le case di riposo per anziani in tutta Europa. Ma in Lombardia si è toccato un tasso di mortalità elevatissimo. Come mai? «I tecnici ci diranno come sono andate le cose, quali sono state le mancanze, le difficoltà e come lavorare nel futuro – è la risposta dell’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera – Noi abbiamo voluto nominare una commissione indipendente proprio per fare chiarezza. Altre regioni hanno adottato la stessa strategia, è un problema che va affrontato in maniera strutturata, forse dovremo pensare a delle strutture con una qualità sanitaria molto più alta per autosufficienti se dovremo vivere con il Covid-19».

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