28 Aprile 2020

Dori: «Rsa da ripensare Fase 2, si deve investire sulle unità territoriali»

TRENTO «Non smetterò mai di ripeterlo: c’ è stata una grave sottovalutazione e i numeri lo confermano», rimarca Renzo Dori, presidente della Consulta provinciale per la salute, analizzando l’ ultima indagine sul tasso di mortalità nelle Rsa. Ma è il futuro che preoccupa di più ora. «Servono risorse per la medicina territoriale, altrimenti con la fase 2 a giugno avremmo un nuovo picco», sintetizza. Dori, l’ ultima indagine dell’ Azienda sanitaria sulla mortalità nelle Rsa evidenzia numeri ancora più importanti, sono quasi 300 i decessi con un tasso di mortalità del 48%. La situazione è ancora più drammatica. «Questa ulteriore informazione che ha fornito il direttore Paolo Bordon conferma il fatto che sul sistema delle Rsa ci sono state parecchie sottovalutazioni. Bisogna ricordare che dietro a questi numeri ci sono delle persone e delle famiglie. Le sottovalutazioni iniziali hanno scatenato dei focolai e il virus si è diffuso. Il personale inoltre era privo di tutele. Ci sono delle responsabilità, hanno lasciato da soli i mondi più fragili e con meno tutele». Il Codacons parla di gravi errori e presunte omissioni, ora si è mossa la magistratura. È giusto? «Se ci sono stati degli esposti credo che sia un passo dovuto, in altre zone la magistratura si è mossa in autonomia . Ma non farei una similitudine tra il Trentino e le situazioni che si sono verificate nelle Rsa lombarde dove ci sono state responsabilità di natura diversa. Da noi hanno sottovalutato». Poi hanno aggiustato il tiro. «Certo, ma sono arrivati tardi ed è stato pagato un prezzo molto alto. Se intervieni oggi i frutti li trovi tra una decina di giorni considerato il ritardo con cui si manifesta la patologia. Il personale ha dato il massimo affrontando situazioni ignote e sono stati mandati allo sbaraglio». I sindacati sostengono che sono state date indicazioni al personale di non mettere la mascherina se non in presenza di contagi conclamati per no seminare il panico. Lo ritiene possibile? «Può anche essere successo, il mondo delle Rsa è un mondo che ha una capacità di lavorativa incentrata soprattutto sulla socializzazione ed è in questo che sono state costruite le competenze. Se è vero che è stato dato questo consiglio è perché non c’ era percezione della gravità. Si pensava alla solita influenza». Secondo lei alla luce di quanto accaduto con l’ emergenza coronavirus le Rsa andrebbero ripensate e riorganizzate? «Assolutamente si, le Rsa vanno ripensate completamente. La scienza, questa pandemia ci deve insegnare qualcosa. Nel 2007 c’ era stato un impegno europeo finalizzato all’ elaborazione di un piano anti pandemia, c’ era stato un accordo tra Stato e Regioni, ma evidentemente è rimasto nel cassetto. Altrimenti non si spiegherebbero i tagli fatti ai posti nelle terapie intensive e alla sanità». Guardiamo al futuro, ora si apre la fase 2. Quali sono i rischi? Teme un nuovo picco? «Nella fase 1 abbiamo investito sull’ emergenza e gli ospedali, ed è stato giusto fare così, adesso che la curva dei contagi si è abbassata e le terapie intensive sono meno occupate, si passerà alla fase 2 con le riaperture. Giuste, ma questo è il momento di investire sulla medicina del territorio per controllare il fenomeno. L’ Azienda sanitaria deve fare un piano partendo dalle Usca (Unità speciali di continuità assistenziale) e dotarle di personale, strumenti e tamponi. La maggior parte delle persone contagiate dal Covid sono a domicilio, se non abbiamo un controllo tempestivo e serio dei pazienti a casa e dei nuovi contagi ci sarà un ritorno di fiamma e a giugno avremmo un nuovo picco. Dotiamoci di strumenti forti ed efficaci per affrontare la fase 2. Facciamo tesoro di quanto accaduto per un futuro diverso».
dafne roat

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