20 Ottobre 2015

Disastro Ambientale all’Ilva, maxi-processo rinviato a dicembre: 47 imputati e mille parti civili

Disastro Ambientale all’Ilva, maxi-processo rinviato a dicembre: 47 imputati e mille parti civili

Cominciata
la prima udienza del procedimento penale: sotto accusa dirigenti del
siderurgico, politici e imprenditori. Ma è già rinvio: prossima udienza
il primo dicembre

di VITTORIO RICAPITO

Tribunale blindato dalle forze dell’ordine ed assediato dalle telecamere per l’inizio di “Ambiente svenduto”, il processo chiamato a stabilire di chi sono le responsabilità del disastro ambientale  di Taranto. Accuse pesanti quelle mosse dalla procura dopo una lunga udienza preliminare: associazione per delinquere, disastro ambientale ed avvelenamento di sostanze alimentari, reati che hanno proiettato il procedimento dinanzi alla corte d’assise. Sono 47 gli imputati alla sbarra, fra membri della famiglia Riva (i fratelli Fabio e Nicola Riva), proprietaria dell’Ilva di Taranto, direttori e dirigenti (ufficiali ed occulti) del siderurgico, fra questi anche l’ex prefetto Bruno Ferrante alla guida dello stabilimento per un breve periodo e politici come l’ex presidente della Regione Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata. Stessa accusa è mossa all’ex presidente della Provincia ionica Gianni Florido.
 

Dopo il lungo appello delle parti civili, che ha impiegato circa tre ore, i giudici della corte d’assise, Michele Petrangelo e Fulvia Misserini, hanno rinviato il processo per un difetto di notifica al prossimo 1 dicembre. Per quella data “Ambiente svenduto” avrà anche una nuova sistemazione, più grande, nell’aula magna della scuola dell’Aeronautica militare. Troppo piccola l’aula Alessandrini del tribunale di Taranto per contenere centinaia di avvocati impegnati nel processo.
 
Cresce l’esercito di danneggiati che chiedono di costituirsi parti civili. Erano già mille all’udienza preliminare conclusasi a luglio con condanne in abbreviato e rinvii a giudizio ma col nuovo round in corte d’assise almeno altri cento ora chiedono di partecipare al processo per ricevere un risarcimento danni. Anche i legali del Codacons Puglia hanno chiesto di partecipare al processo, così come la Asl di Taranto ed i rappresentanti di molti residenti al quartiere Tamburi, il più colpito dall’inquinamento. Il quartiere dove le case, invase da polveri minerali, non si vendono più. Alcuni danneggiati chiedono ora di citare come responsabili civili dei reati contestati agli imputati anche la Regione Puglia e le società dei Riva, Riva Fire e Riva Forni elettrici, che sono anche imputate.
 
Il conto dei danni chiesti agli imputati supera nel totale i 30 miliardi di euro. Sono parti civili i ministeri dell’Ambiente e della Salute, la Regione, la Provincia di Taranto, i Comuni di Taranto, Crispiano e Montemesola, associazioni ambientaliste come Peacelink e Legambiente, il partito dei Verdi (prima volta della storia che viene ammesso un partito), gli allevatori di bestiame i cui capi sono stati abbattuti perché contaminati da diossina, i coltivatori di cozze, costretti a spostare gli allevamenti dal primo seno del Mar PIccolo, i residenti nei quartieri più vicini all’industria, sindacati  e proprietari di immobili.  
 
“Per i magistrati di Taranto questa è probabilmente l’ultima tappa di un lavoro iniziato fin dagli anni Ottanta” , commenta il procuratore capo Franco Sebastio.  “La prima condanna dell’allora Italsider risale al 1982 e la decretai io da pretore. Da allora siamo andati a caccia di reati sempre più rilevanti tanto che ora siamo davanti alla corte d’assise. Di recente sostenendo l’accusa ad un processo per morti da amianto ho portato in aula proprio la sentenza del 1982 ed ho detto pubblicamente che sembrava ancora attuale. Questo per dire che dopo l’abbattimento di migliaia di capi di bestiame e lo spostamento delle coltivazioni di cozze, c’è qualcosa che non ha funzionato in questa città. Il nostro compito è quello di perseguire i reati, non ci possiamo occupare di bonifiche. La sentenza ci dirà se le nostre ipotesi erano fondate”.

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