4 Ottobre 2011

Diplomati in caduta libera

Diplomati in caduta libera
 

Un po’ di storia, per rinfrescare le idee. Nel luglio 2008 – a pochi mesi dall’ insediamento – il governo Berlusconi licenzia la legge 133, nel cui art. 64 – inserito nel capo "Contenimento di spesa nel pubblico impiego" – si definiscono alcuni elementi delle "riforme" dei vari segmenti scolastici, primario e secondario. Si prevede, tra l’ altro, l’ aumento di un punto percentuale nel rapporto tra alunni e docenti e il taglio di 140 mila posti di lavoro del personale, che si sarebbero concretizzati da lì a 3 anni. Da allora l’ Ocse, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha prodotto ogni anno il rapporto Education at a glance, che compara dati sui sistemi scolastici dei Paesi membri. Quello pubblicato di recente si riferisce al 2009, perché ogni ricerca contiene gli esiti di due anni prima, e quindi abbiamo finalmente i primi dati sulle conseguenze di quella manovra. Fino allo scorso anno il gap italiano – comunque evidente – non era drammatico. Gelmini&Co, anzi, strumentalizzavano le pubblicazioni Ocse per "confermare" la bontà delle loro scelte e decisioni, esultando compiaciuti davanti agli esiti, che – dal loro punto di vista, ma non era davvero plausibile neanche allora – li incoraggiavano ad andare avanti. Quest’ anno il rapporto racconta una scuola italiana inaccettabile. I diplomati tra i 24 e i 35 anni sono il 70.3%, quando la media Ocse è l’ 81.5%. Ancor più allarmante è la situazione dei più giovani: diminuzione all’ 80.8% dall’ 84% del 2008 dei diplomati tra coloro che cominciano la scuola. Gelmini ha sempre cercato di convincerci che la drastica diminuzione della spesa per scuola pubblica non avrebbe impoverito il sistema, ignorando volontariamente il moltiplicarsi di quotidiane situazioni paradossali; e la violazione di diritti – lavoro, studio, apprendimento – e dell’ interesse generale che la mattanza ha causato, pregiudicando in maniera permanente la crescita economica e civile in Italia. Ebbene, l’ Ocse assegna all’ Italia la 29° posizione su 34 Paesi quanto a spesa per l’ istruzione: 4.8% del Pil contro una media del 6.1%. Si potrebbero continuare a enumerare dati sconfortanti, ma la notazione forse più grottesca è che gli insegnanti – inizialmente da "ricoprire d’ oro", secondo le promesse del Capo (che stile!) e poi bollati come comunisti e sessantottini – percepiscono uno stipendio inferiore alla media degli altri Paesi e addirittura in tendenziale diminuzione, forse proprio per ritorsione contro i loro pericolosi atteggiamenti ideologici. A fronte di questa dichiarazione di fallimento e della dimostrazione di evidenti peggioramenti motivati dalla "cura" Gelmini-Tremonti-Brunetta, ci aspetteremmo prese d’ atto, revisioni, prudenza nella valutazione. Invece il nostro impeccabile ministro continua a imperversare recitando la sua monotona litania su una scuola in cui ormai crede solo lei. E stigmatizza una stampa tendenziosa e ideologica, almeno quanto i docenti, il cui unico obiettivo è gettare discredito sui grandi manovratori. Ha ribadito senza pudore che in Italia non esistono classi-pollaio, incurante del fatto che il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso del ministero contro la decisione del Tar che in proposito dava ragione al Codacons. Non una parola sulla mancata emanazione del Piano generale per l’edilizia scolastica. Ha rivendicato l’ integrazione degli stranieri come "fiore all’ occhiello dell’ Italia" (Ricordate? Siamo quelli delle classi-ponte e della quota del 30%) per essere subito smentita in Veneto dallo scandalo della precedenza assoluta nelle graduatorie di accesso ad asili e servizi per la prima infanzia e buoni scuola accordata da Zaia ai veneti purosangue. E così via, celebrando: aumento del tempo pieno, assorbimento del precariato, miglioramento delle competenze degli studenti. Non c’ è nemmeno bisogno di smentirla: la verità è nota a tutti. Insomma: clamoroso caso di rimozione totale. O spregio della realtà e del disagio di molti, sempre di più. Ottusa reiterazione di cumuli di fandonie. Cosa farà Gelmini quando le esploderà in faccia la prossima indagine Ocse, che certamente rappresenterà in modo ancora più drammatico le conseguenze distruttive delle sue strategie? Probabilmente continuerà a raccontare a se stessa e al suo entourage la sua storia cantilenante. Intanto su Facebook – riprendendo una celebre icona dei tempi dell’ Onda (l’ effigie del ministro, in atteggiamento pio, con la didascalia "Beata ignoranza") – è stato bandito il Premio Gelmini sarta subito! Siamo tutti invitati a partecipare. Sperando che la toppa non sia classicamente peggiore dello strappo.

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