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22 Settembre 2018

Dieselgate, lo scandalo infinito: “Vw paga lo Stato, non i clienti”

Le associazioni dei consumatori accusano la magistratura di eccessiva morbidezza sul caso Volkswagen. La Casa automobilistica tedesca è sotto processo penale in Italia sin dal 2015, a seguito della multa incassata dall’ Agenzia ambientale Usa per aver truccato le emissioni inquinanti dei veicoli omologati nel mercato americano. “Se si continua con la lentezza e le negligenze che hanno ostacolato il procedimento finora, vi è il rischio che il reato cada in prescrizione e che, nel nostro paese, la Vw ne esca paradossalmente innocente”, protesta Matteo Ferrari Zanolini, avvocato di Federconsumatori che, insieme a Codacons e Adusbef, si è costituta parte civile nel processo, a tutela delle migliaia di italiani truffati tramite l’ acquisto di auto Vw: certificate Euro 6 (la categoria più ecologica), in realtà inquinano oltre i limiti di legge. L’ Autorità garante per la Concorrenza e il Mercato, già due anni fa, ha comminato a Vw Italia una sanzione amministrativa di 5 milioni di euro a beneficio dell’ erario statale, sulla base della documentazione ricevuta dalle autorità Usa. La richiesta di risarcimento dei cittadini vittime del raggiro resta invece bloccata presso la Procura di Verona, città dove ha sede ufficiale Vw Italia. “Sono trascorsi quasi tre anni e siamo ancora impelagati nelle indagini preliminari per stabilire se l’ azienda ha commesso o meno un crimine”, afferma Ferrari Zanolini. . Prima di rinviare a giudizio gli amministratori aziendali (quattro italiani e due tedeschi), occorre cioè accertarsi che le auto della casa automobilistica tedesca vendute in Italia siano provviste o meno del cosiddetto defeat device. Si tratta del computer di bordo che intuisce se il veicolo è sottoposto a test di omologazione su rulli in laboratorio o se invece è in situazione di guida reale su strada: nel primo caso attiva i sistemi di controllo delle emissioni, nel secondo li disattiva, rilasciando nell’ aria eccedenze di ossidi di azoto (NOx), responsabili di 75.000 decessi prematuri l’ anno in tutta Europa. L’ unico illecito al momento contestato è però la frode in commercio. Pare archiviata l’ ipotesi di disastro ambientale che comporta indennizzi ben superiori alla truffa. A ventilarla era il fascicolo dell’ ex procuratore di Torino, Raffaele Guariniello, poi confluito in quello di Verona nel 2016. “I test dovevano iniziare a settembre 2017”, spiega il legale di Federconsumatori, “ci siamo arenati a causa dei contrasti sulle procedure anomale seguite dai periti nominati dal Gip”. Da questi ultimi un secco no comment. Ecco i fatti, documenti alla mano. Il programma concordato prevedeva per gli otto veicoli sotto sequestro, un esame in quattro fasi. Una prova su rulli e una su strada, entrambe poi da ripetere a centralina riprogrammata: ossia con un software pulito (detto di “richiamo”) al posto di quello originale, in cui si anniderebbe il sospettato defeat device. Lo scarto tra le emissioni costituirebbe la prova del crimine. Tuttavia, lo scorso ottobre, i periti del Gip, gli ingegneri Filippo Mafredi e Giovanni Cipolla, hanno testato su rulli e su strada il modello più inquinante, la Tiguan, in assenza dei consulenti delle parti civili. Per di più, subito dopo, hanno installato il software di richiamo, senza conservare una copia di quello originale. Le Associazioni dei consumatori si sono lamentate di non aver potuto verificare il corretto svolgimento delle misurazioni e hanno chiesto la ricusazione dei due periti al Gip che a gennaio di quest’ anno l’ ha respinta. “La nostra istanza non è stata sostenuta dal pm Marco Zenatelli, che ha perfino deciso di rinunciare al suo stesso perito”, dichiara Ferrari Zanolini. I restanti veicoli sono stati sottoposti alla prima prova in primavera. Ma, per ridurre tempi e costi, all’ ultima udienza di luglio il Gip Raffaele Ferraro ha deciso di rendere solo eventuali le prove previste su pista, sostituendole nell’ immediato con nuovi test in laboratorio. Questi verranno comunque effettuati con tecniche non convenzionali, come ad esempio brusche sterzate, in modo da replicare condizioni simili a quelle di guida reale. Foss’ anche appurata la presenza del dispositivo nelle auto sequestrate, l’ accusa dovrebbe ulteriormente dimostrare che i vertici italiani Vw ne fossero al corrente e che ne abbiano tratto un profitto per l’ azienda (aumento vendite). Sennò niente condanna. Stessa lungaggine per la class action presentata separatamente da Altro Consumo, per la quale il tribunale veronese ha ordinato a giugno una proroga delle indagini.
stefano valentino

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