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7 Agosto 2019

Dieselgate, l’ inchiesta chiusa dopo 4 anni Migliaia le parti civili pronte a battere cassa

invariati reati e 6 indagati, giudizio più vicino
VERONA Scandalo emissioni: al via una settimana fa le notifiche degli avvisi di conclusione dell’ inchiesta preliminare sul Dieselgate. Ultimate ufficialmente dalla Procura di Verona, dunque, le indagini sul caso delle presunte «emissioni truccate» a quasi 4 anni dalle perquisizioni scattate nell’ ottobre del 2015 e a poche settimane di distanza dalla chiusura di un interminabile incidente probatorio durante cui, di fatto, i periti del giudice hanno confermato i sospetti iniziali. Quella appena ultimata dal pubblico ministero Marco Zenatelli, del resto, risultava tutt’ altro che un’ inchiesta agevole: già di per sè complicata, la materia al vaglio ha reso necessari molteplici approfondimenti e consulenze tecniche. Per non parlare delle dimensioni del fascicolo: la Procura di Verona è capofila nazionale dell’ inchiesta sul Dieselgate, una competenza territoriale dettata dalla sede scaligera del colosso automobilistico (Volkswagen Group Italia si trova in via Gumpert al Quadrante Europa) . E qui sono dunque confluite dall’ intera penisola migliaia di querele, almeno cinquemila: oltre al Codacons e ad altre associazioni di consumatori, sono tantissimi gli automobilisti che hanno autonomamente deciso di sporgere denuncia. In caso di eventuale processo, quindi, si profila un record di richieste danni. Dal canto suo, il pm Zenatelli nel «415 bis» (avviso di fine indagini) appena inviato alle parti coinvolte, ha confermato sia la contestazione di frode in commercio sia i sei indagati perquisiti nel 2015. Sono loro dunque a rischiare il rinvio a giudizio che la Procura scaligera si prepara a chiedere dopo la pausa estiva. Gli inquirenti, nella sostanza, non arretrano contestando agli indagati che anche in Italia, come già appurato negli Usa e in Germania, sarebbero stati «manomessi », «alterati», «truccati», i software a bordo di migliaia – il totale secondo l’ accusa si aggirerebbe sui 150 mila esemplari – di vetture a marchio Volkswagen. Decisiva, per la Procura di Verona, si è rivelata a fine marzo la «sentenza» dei periti che erano stati nominati dal gip Raffaele Ferraro – si trattava degli ingegneri Giovanni Cipolla e Filippo Manfredi – al termine di un incidente probatorio durato quasi due anni. Da quanto accertato, i motori delle vetture «incriminate» venivano realizzati in Germania, mentre Volkswagen Group Italia si occupa di commercializzarle nel nostro Paese: bisognerà quindi dimostrare se i sei indagati fossero o meno a conoscenza della manomissione dei dispositivi, e se abbiano dunque agito oppure no con dolo. Due mesi fa, intanto, era giunta la conferma dei cinque milioni di euro di multa che dovrà pagare Volkswagen per lo scandalo Dieselgate. Una sentenza che venne pronunciata dal Tar del Lazio, che aveva così ribadito la mega sanzione inflitta nell’ agosto 2016 dall’ Antitrust, respingendo il ricorso che era stato presentato dal costruttore. La multa equivale al massimo edittale ed è stata inflitta, spiegarono i giudici amministrativi, sulla base delle segnalazioni pervenute da parte di varie associazioni dei consumatori, nonché a partire dalle informazioni acquisite d’ ufficio dall’ Antitrust. E un ulteriore fronte sullo scandalo è aperto a Venezia, dove risulta tuttora in corso una class action a cui hanno finora aderito oltre 71 mila persone davanti alla Terza sessione civile del Tribunale composta dal presidente Roberto Simoni e dal giudice relatore Maddalena Bassi. Da un lato, ad aver avviato la «più importante ed estesa azione legale collettiva mai intentata finora in Italia», c’ è l’ associazione Altroconsumo; sul versante opposto, chiamati in causa, figurano invece Volkswagen Group e Volkswagen Group Italia, guidati rispettivamente dagli amministratori delegati Herbert Diess e Massimo Nordio. Anche in questo caso, il muro contro muro si preannuncia totale.

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