11 Dicembre 2019

Dieselgate. Chiesta l’archiviazione per i vertici italiani di Volkswagen

Alberto Caprotti «Mentre nel resto del mondo la vicenda Dieselgate ha portato a pesanti condanne e multe salatissime per la Volkswagen, l’Italia rischia di essere l’unico paese dove la falsificazione delle emissioni finirà con un nulla di fatto, e ciò è scandaloso…». Lo denuncia il Codacons, dopo lo scoop pubblicato oggi dal Corriere del Veneto secondo cui la Procura di Verona avrebbe scagionato i vertici di Volkswagen Group Italia, chiedendo l’archiviazione per i sei indagati dal reato di frode in commercio.

Archiviazione che si baserebbe sull’assenza di dolo a carico degli accusati e sul rischio prescrizione dei reati.Si allontana dunque il rischio di un rinvio a giudizio per i destinatari nel 2015 degli avvisi di garanzia: si trattava del presidente del Cda Luca De Meo, l’ad e dg Massimo Nordio, Paolo Toba, consigliere delegato dal 31 agosto 2015, Annamaria Borrega, procuratore dal settembre 2006 e rappresentante del gruppo, Rupert Johann Stadler, presidente del Cda di Volkswagen Italia dall’aprile 2013 al giugno 2015, Michael Alexander Obrowski, consigliere delegato dall’aprile 2013 all’agosto 2015. Tutti indagati, recitava il decreto notificato loro contestualmente agli avvisi di garanzia, «in relazione alla commercializzazione» di auto dei marchi Volkswagen, Audi, Seat, Skoda e Volkswagen Veicoli Commerciali «aventi caratteristiche differenti, in senso negativo, rispetto a quelle dichiarate».

Stando alla valutazione dei pm, non risulterebbe dimostrabile a carico degli accusati oltre ogni ragionevole dubbio il necessario dolo richiesto dal reato ipotizzato e inoltre, se anche se si dovesse giungere a processo, incomberebbe comunque il rischio della prescrizione visto che le accuse si riferiscono al 2015. Alla chiusura di un interminabile incidente probatorio durato quasi due anni, i periti del giudice avevano attestato che anche in Italia, come già appurato negli Usa e in Germania, sarebbero stati «manomessi», «alterati», «truccati», i software a bordo di migliaia – il totale secondo l’accusa si aggirerebbe sui 150 mila esemplari – di vetture a marchio Volkswagen.

A stabilirlo furono gli ingegneri Giovanni Cipolla e Filippo Manfredi: da quanto accertato, i motori delle vetture incriminate venivano realizzati in Germania, mentre Volkswagen Group Italia si occupa di commercializzarle nel nostro Paese: bisognava quindi dimostrare se i sei indagati fossero o meno a conoscenza della manomissione dei dispositivi, e se avessero dunque agito oppure no con dolo.La richiesta di archiviazione per queste ipotesi di reato arriva a sorpresa 4 anni dopo le clamorose perquisizioni della Finanza scattate nell’ottobre del 2015, e che non farà certo sorridere gli automobilisti che a migliaia avevano sporto querela e neppure le associazioni di consumatori (Codacons in primis) che si sono fatti portavoce di innumerevoli denunce. Starà comunque al gip ora decidere se archiviare l’intera vicenda facendola finire in un cassetto, oppure ordinare alla Procura di procedere a ulteriori indagini.

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