10 Novembre 2015

Diesel cancerogeno, quanto c’ è di demagogia?

Diesel cancerogeno, quanto c’ è di demagogia?
Le vere battaglie sono proteggere maggiormente i lavoratori più esposti e intervenire sui mezzi commerciali senza filtri

    
MILANO – Possibile che per affrontare il tema dell’ inquinamento si debba ricorrere alla magistratura? La recente sortita del Codacons che vorrebbe fermare tutto il parco dei veicoli diesel per via giudiziaria è chiaramente provocatoria. Il problema però è reale, e gli esperti lo conoscono da almeno dieci anni. L’ inquinamento dell’ aria nelle grandi città provoca, oltre che insufficienze respiratorie e infarti, casi di tumore al polmone. E le auto, ma soprattutto i mezzi pesanti diesel, danno un contributo non indifferente alla terribile malattia. I GRUPPI – Di nuovo c’ è che lo IARC di Lione – vale a dire l’ agenzia dell’ Organizzazione mondiale della sanità specializzata in tumori – ha “promosso” gli scarichi del Diesel a sostanza sicuramente cancerogena per il polmone. E non è poco, visto che le sostanze che lo IARC classifica in categoria 1 (sicuramente cancerogeno) sono 108, fra cui gli alcolici, le aflatossine, l’ arsenico, l’ amianto, il carbone, il cadmio e, chiaramente, le sigarette. Che poi la gente non si lasci tanto spaventare dal fatto che fumare, bersi un whishy o fare jogging lungo la tangenziale li collochi nel gruppo 1 dello IARC è un altro paio di maniche. Prima di giugno gli scarichi dei diesel erano classificati nel più rassicurante gruppo 2, il quale si divide in 2A (probabile cancerogeno) e 2B (possibile cancerogeno). 2A è peggio di 2B. Meglio essere nel gruppo 3 (non classificabile come cancerogeno per l’ uomo) e ancora meglio il gruppo 4 (quasi sicuramente non cancerogeno per l’ uomo). LO STUDIO – Ogni tanto, alla luce di nuovi studi, una sostanza che se ne stava comoda nel gruppo 3 o 2 finisce nel gruppo 2 o 1, come quel paziente nel racconto «Sette piani» di Dino Buzzati che, ricoverato in una clinica all’ ultimo piano (dove c’ erano i casi più benigni), si vede spostare di giorno in giorno ai piani più bassi, fino a quello finale. Così è successo al diesel. La spintarella è stata data da uno studio epidemiologico pubblicato a giugno nel Journal of National Cancer Institute di Bethesda che ha considerato la vasta popolazione di minatori statunitensi, abituati a lavorare in ambienti chiusi con motori diesel accesi. Su 12.315 lavoratori, i ricercatori si sono soffermati sui 198 morti di tumore al polmone (e sui 562 attualmente ammalati), scoprendo in sostanza che la probabilità di ammalarsi cresceva con l’ aumentare dell’ esposizione ai fumi di diesel. Difficile dire quale sia la sostanza killer nel venefico cocktail che esce da questi motori, ma certamente l’ indiziato numero uno è il benzoapirene, che insieme agli altri idrocarburi policiclici aromatici si “aggrappa” alle finissime particelle di carbonio (il cosiddetto black carbon ) emesse dai motori. CAMINETTI – Chi fuma conosce bene il benzoapirene, che insieme a un’ altra sessantina di sostanze cancerogene rendono il fumo di sigarette il killer più fenomenale in assoluto (il 90 per cento dei tumori al polmone sono causati dal fumo). E lo conoscono bene anche i proprietari di villette unifamiliari delle località montane che d’ inverno bruciano la legna nei loro caminetti, forse non sapendo che in certe province lombarde (come Sondrio o Brescia) il maggior contributo alle concentrazioni di particolato fine e di benzoapirene nell’ aria proviene proprio da stufe e camini. Quindi, per coerenza, il Codacons dovrebbe immediatamente estendere la denuncia a tutti i fumatori (che attentano alla salute altrui con il fumo passivo) e ai proprietari di villette unifamiliari che inquinano con i loro caminetti. Ma tant’ è, la demagogia ha le sue regole e noi le rispettiamo. Tornando ai poveri minatori americani, lo studio del National Cancer Institute ha visto che coloro che hanno respirato per anni e anni concentrazioni superiori a 300 microgrammi/metro cubo hanno un rischio di avere un tumore al polmone (di solito 15 anni dopo l’ esposizione) da 3 a 7 volte superiore rispetto ai compagni meno esposti. Chi fuma, ovviamente, peggiora le cose, arrivando a sviluppare un rischio aumentato di 22 volte rispetto a chi non fuma. MENO ESPOSTI – Stiamo parlando però di minatori che hanno passato la vita a contatto con macchine diesel perennemente sbuffanti nuvole nere, e quindi con livelli di esposizione altissimi. Perché allora estendere questo allarme anche ai cittadini che respirano livelli infinitamente più bassi di idrocarburi incombusti? Sono proprio gli autori dello studio a rispondere, sostenendo che la novità di questo studio è che i danni alla salute si sono visti in tutta la loro intensità nei minatori più esposti, ma anche – in misura minore – nei lavoratori che per le mansioni svolte avevano meno contatto con i veleni. Mentre i minatori più esposti arrivano a livelli stratosferici di 300-1.000 microgrammi/metro cubo di black carbon , i lavoratori più fortunati hanno un livello di esposizione comparabile a chi abita a Los Angeles (4 microgrammi/metro cubo), Città del Messico (5,8 microg/metro cubo) o Milano (2 microg/metro cubo). Quindi – concludono i ricercatori – passare una vita in grandi città inquinate dalla tipica “firma chimica” dei diesel a base di idrocarburi incombusti e black carbon espone a un rischio aumentato di contrarre il tumore al polmone di almeno il 50%. TUMORI EVITABILI – In termini individuali può sembrare poco, se si pensa che chi fuma da tanto tempo un pacchetto di sigarette al giorno ha un rischio aumentato del 2.500%. Ma in termini di salute pubblica, anche un aumento di rischio così limitato che interessa di fatto tutta la popolazione si traduce in un numero non indifferente di tumori altrimenti evitabili. Il messaggio del National Cancer Institute è parso così convincente ai funzionari dello IARC di Lione da indurli ad aggravare definitivamente la posizione del diesel spostandolo nel gruppo 1 dei cancerogni certi. Ad esaminare il problema con un po’ di raziocinio ci sono però cose più sensate e urgenti che mettere alla sbarra tutte le auto diesel. La prima è di proteggere maggiormente i lavoratori più esposti, siano essi nelle miniere, nei porti, in agricoltura, nei cantieri stradali, o nei parcheggi. L’ aspetto più inaccettabile dei rischi ambientali è infatti che i lavoratori sono molto più esposti e vulnerabili agli inquinanti dei “cittadini”. E talvolta bastano pochi accorgimenti (protezioni più avanzate, impianti di ventilazioni migliori negli abitacoli dei macchinari, regole per limitare al massimo l’ uso di motori al chiuso) per migliorare sensibilmente le condizioni di lavoro. I FILTRI – La seconda cosa da fare viene suggerita da Michele Giugliano, docente di inquinamento atmosferico al Politecnico di Milano: le versioni più recenti di auto diesel (come le euro 5) hanno abbattuto le emissioni di polveri con i filtri antiparticolato, equiparandole alle auto a benzina. Con il vantaggio che queste auto consumano di meno a parità di chilometri percorsi. Il problema resta invece per i mezzi commerciali, molto più costosi e quindi con un tasso di sostituzione molto inferiore a quello delle auto. «Qui la battaglia è ancora tutta da combattere» commenta Giugliano. Una volta sanati questi due problemi, è importante – come spiega Stefano Caserini, esperto di inquinamento e cambiamento climatico al Politecnico di Milano – ridurre comunque il numero di auto in circolazione, visto che il trasporto privato contribuisce in modo ancora molto significativo alle emissione di gas climalteranti.

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