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19 Novembre 2019

Dieci, cento, mille scudi penali per l’ Italia

Il punto poi in fondo è tutto lì: si può investire o no in un paese in cui la politica delega alla magistratura la sua politica industriale? Si può investire o no in un paese in cui le procure vengono incoraggiate a fiancheggiare il governo nella lotta contro l’ investitore straniero? Si può investire o no in un paese in cui il circo mediatico-giudiziario trasforma in un nemico del popolo chiunque chieda garanzie contro la repubblica giudiziaria? La battaglia combattuta attorno all’ ex Ilva è lo specchio di un paese in guerra con se stesso che da tempo si ritrova ostaggio di un populismo disfattista, di un ambientalismo giacobino e di una politica approssimativa. Ma la storia dell’ Ilva, assieme a tutto questo, è prima di tutto la storia di un paese incapace di comprendere quanto possa essere grave permettere a una repubblica fondata sul lavoro di trasformarsi in una repubblica fondata sulle procure. E fino a che l’ opinione pubblica non verrà educata a osservare con occhio critico il dramma culturale e giuridico della legittimazione della supplenza della magistratura, il nostro paese continuerà a essere un paese sempre meno attraente e sempre più respingente. Piccolo ripasso per capire come diavolo siamo arrivati al punto in cui siamo arrivati. Prendete fiato e prendete appunti. Nel 2012 il procuratore capo Franco Sebastio si accorge, dopo molti anni passati alla guida della procura, che l’ Ilva inquina e decide di avviare l’ inchiesta “Ambiente svenduto”. Una volta avviata l’ inchiesta il giudice per le indagini preliminari di Taranto, Patrizia Todisco, firma un provvedimento di sequestro degli impianti dell’ area a caldo. Pochi giorni dopo il governo in carica, guidato da Mario Monti, firma un decreto legge per sbloccare gli impianti sequestrati. Il gip di Taranto, pochi mesi dopo, replica al governo e si rivolge alla Corte costituzionale. La Corte, mesi dopo, decide di dare torto al gip e ricorda che la politica industriale non spetta ai magistrati ma al potere politico. Passano altri mesi e si arriva al 2015, quando la procura di Taranto, a seguito della morte di un operaio, sequestra l’ altoforno numero due. All’ epoca al governo vi era Matteo Renzi e il suo governo decide di approvare un decreto che, per salvaguardare la produzione dell’ acciaieria, blocca lo spegnimento dell’ altoforno. La procura decide di fare ricorso alla Consulta. Questa volta la Consulta riconosce alcune delle ragioni della procura e il decreto che fermava il blocco dell’ altoforno viene modificato. Poco tempo dopo, siamo nel 2017, il procuratore capo di Taranto, Franco Sebastio, lascerà la magistratura e, con il plauso del presidente della regione Michele Emiliano, magistrato in aspettativa, si candiderà alla elezioni per diventare sindaco di Taranto: perderà e poi sarà nominato assessore. Nel frattempo a Taranto, il Csm, con lungimiranza, decide di premiare l’ ex capo della procura di Trani, Carlo Maria Capristo, forte dei noti successi ottenuti dalla sua vecchia procura. Passano i mesi e la nuova procura fiancheggiata dalla politica inizia la sua nuova battaglia. Prima contro lo scudo penale (a febbraio del 2019 il nuovo gip di Taranto si appella alla Consulta chiedendo di verificare la costituzionalità dello scudo introdotto nel 2015, due anni prima la gara bandita dai commissari per la vendita dell’ ex Ilva) e poi direttamente contro l’ Ilva. A luglio del 2019 poi la procura dispone l’ avvio della procedura di spegnimento dell’ altoforno 2, che era stato sottoposto a sequestro preventivo dopo l’ incidente in cui era morto nel 2015 un operaio. Nel frattempo, siamo ai nostri giorni, i commissari dell’ ex Ilva presentano alla procura di Taranto un esposto-denuncia in cui ipotizzano a carico di ArcelorMittal il reato di “distruzione dei mezzi di produzione”. Ieri Carlo Maria Capristo ha fatto sapere di aver delegato alla Guardia di Finanza le indagini contro ignoti su presunte condotte illecite di ArcelorMittal, ipotizzando proprio i reati di distruzione di mezzi di produzione e appropriazione indebita. Contestualmente, la procura di Milano – che dopo aver portato avanti per anni un processo contro gli ex proprietari dell’ Ilva (i Riva) per bancarotta, si è dovuta arrendere a un’ assoluzione con formula piena “perché il fatto non sussiste” – decide di aprire un fascicolo di indagine sul caso Ilva, accendendo un faro su ArcelorMittal, per “verificare l’ eventuale sussistenza di ipotesi di reato”, che ieri fonti della procura hanno spiegato essere possibili sul filone delle false comunicazioni al mercato e sociali (dove si dimostra che la magistratura prima interviene e poi cerca il reato). La notizia fa esplodere di gioia il governo, che pochi giorni prima, per bocca di Giuseppe Conte, aveva fatto sapere che avrebbe valutato l’ opzione di chiedere un risarcimento per danni ad ArcelorMittal. Detto, fatto. In tutto questo, come è evidente, ArcelorMittal, che a luglio aveva fatto sapere, scrivendolo nero su bianco, che avrebbe stracciato il contratto di fronte a un provvedimento del governo finalizzato a eliminare lo scudo penale, si trova di fronte a una scelta mica da poco: far funzionare l’ altoforno sequestrato rischiando l’ accusa di disastro ambientale (bisognerebbe chiedere ai parlamentari della Repubblica quante leggi hanno votato negli ultimi anni che hanno allargato a tal punto la discrezionalità dei magistrati in ambito ambientale da aver delegato alle stesse procure il compito di guidare in alcuni casi la politica industriale del nostro paese) o spegnare l’ altoforno rischiando di essere perseguita per sabotaggio (Claudio Marangoni, il presidente della sezione specializzata in materia d’ impresa del tribunale di Milano ha intimato ad ArcelorMittal “a non porre in essere ulteriori iniziative e condotte in ipotesi pregiudizievoli per la piena operatività e funzionalità degli impianti”)? Ora, Se non fosse chiara la situazione si potrebbe riassumere il tutto così: se ArcelorMittal non spegne l’ altoforno numero 2, la procura di Taranto può indagare perché ArcelorMittal non ha fatto quello che gli hanno prescritto di fare. Se lo spegne, però, c’ è il rischio che la procura di Milano indaghi ArcelorMittal perché la procura di Milano chiede di non chiudere lo stesso altoforno che la procura di Taranto gli dice di chiudere. In tutto questo – per alleggerire il clima – il giorno dopo il fascicolo aperto dalla procura di Milano il Codacons chiede di valutare l’ arresto dei dirigenti di ArcelorMittal e di procedere subito al sequestro dei beni dell’ azienda bloccando i contratti in corso in Italia e pignorando i crediti presso i contraenti. L’ arcivescovo di Taranto, mons. Filippo Santoro, ieri, in un’ intervista radiofonica, ha detto quello che molti politici non hanno avuto il coraggio di dire in questi giorni e ha chiarito che quale che sia il destino dell’ Ilva non sarà possibile dare un futuro alla fabbrica senza la reintroduzione di uno scudo penale. “Nel caso si riaprisse l’ ipotesi ArcelorMittal, anche se fragile perché ha deciso di andare via, avrebbe bisogno del famoso scudo penale. Ma anche se dovesse intervenire lo stato ne avrebbe bisogno. Quindi è meglio intervenire subito. Il presidente del Consiglio metta d’ accordo i suoi sostenitori e ci dia una posizione su questo aspetto che secondo me è possibile”. Mons. Filippo Santoro ci ricorda dunque una verità piuttosto lineare: a Taranto lo scudo penale non serve per proteggere un investitore, ma serve, prima di tutto, a proteggere l’ Italia da se stessa.

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