4 Novembre 2011

Dieci anni or sono la rivolta che segnò l’inizio dei guai

Dieci anni or sono la rivolta che segnò l’inizio dei guai

 
La storia simbolo del risparmio tradito, e oggi pure mazziato, ebbe inizio nei primissimi giorni del 2002.
Quando l’Argentina, lacerata dalla crisi economica galoppante che aveva portato alle rivolte dei cacerolazos, cessò il rimborso dei propri bond.
Poco importa quale fosse la causa prima del dissesto, se ad esempio la folle idea di agganciare la moneta locale, il peso, a un’artificiale parità con il dollaro statunitense.
Ciò che conta è che l’Argentina non restituì né interessi né capitale: per circa 450mila italiani, significava salutare 13,5 miliardi di euro.
O forse no.
Come in altri Paesi, dalla Germania agli Stati Uniti, in Italia i risparmiatori si mobilitarono.
Le banche che avevano collocato i bond, capita la malaparata, tentarono di salire sul carro.
Così nacque la Task force Argentina (Tfa), presieduta da Nicola Stock: un organismo voluto dall’Abi, l’Associazione bancaria italiana, per dare rappresentanza unica, nelle controversie giuridiche internazionali, ai creditori del Belpaese, che in effetti aderirono al 92%.
A inizio 2005, partì la prima Ops (offerta pubblica di scambio) del governo del presidente peronista Néstor Kirchner, proposta dallo stesso Stock definita «indecente».
Gli obbligazionisti avevano due opzioni: ottenere titoli del valore nominale pari al 100% di quelli non rimborsati, ma con interessi bassi e capitale restituito solo dal 2029; o titoli discount, con valore nominale decurtato al 33,7%, interessi più alti e capitale rimandato al mittente dal 2024.
Le adesioni, in Italia, raggiunsero appena il 27,8%, ma all’estero andò meglio e questo certo pose una certa pressione sui risparmiatori del Belpaese, essenziali per il successo dell’intero piano di rientro di Buenos Aires.
Il 3 maggio 2010, allora, scatttò una nuova Ops: Kirchner sarebbe morto nell’ottobre seguente, ma alla presidenza c’era già, per continuare l’opera, la moglie Cristina, che nemmeno due settimane or sono ha ottenuto un secondo mandato al primo turno, con un’autentica valanga di voti.
Le condizioni dell’offerta, per stessa ammissione del ministro delle Finanze Amado Boudou, erano peggiori di quella di cinque anni prima: ma alla fine altri 200mila italiani accettarono un valore nominale ridotto del 75,06% rispetto ai titoli ‘originali’.
Senza giustizia, così, rimangono 75mila cittadini del Belpaese (60mila secondo il Codacons): per loro, poiché l’Argentina esclude una terza offerta di scambio, non resta che aspettare l’arbitrato chiesto dalla Tfa all’Icsid, organo giurisdizionale della Banca Mondiale.
In verità, per ottenere soddisfazione ci sono pure altre strade: teoricamente, pure vendere i bond, cosa però quasi impossibile a livello pratico, perché nessuna persona dotata di senno comprerebbe simili titoli.
L’ultima strada è virare sulla giustizia interna, quella italiana: prendendosela, però, non contro lo Stato argentino, bensì contro le banche tricolori che collocarono i bond.
E’ questo il punto su cui battono le associazioni dei consumatori, il tema su cui è incentrata il clamoroso tentativo di tango-protesta di cui si parla nell’articolo più in alto.
 

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