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20 Aprile 2016

DIARIO POVERO

DIARIO POVERO
Primo dibattito fra i candidati al Campidoglio: troppe
frasi fatte, a partire dalla Raggi. Si preannuncia una campagna
moscia….

 

di Francesco Storace Sarà pure bello il nuovo, ma si muore di pizzichi e di retorica inconcludente.
Ieri ho partecipato al primo dibattito tra i candidati sindaco di Roma, organizzato dall’ordine degli avvocati di Roma davanti ad una folta platea. Aldilà delle tifoserie che applaudono qualunque parola esca dalla bocca del beniamino di turno, c’è da restare preoccupati sul futuro della città.

Mancavano alcuni dei principali protagonisti della campagna elettorale, da Giachetti alla Meloni fino a Marchini (di cui pure era stata data per certa la presenza): potremmo dire che si sono avvalsi della facoltà di non rispondere alle domande degli avvocati…

Per il resto, genericismo a piene mani. Ho ascoltato con ovvio interesse Virginia Raggi, la stella dei grillini. Ma la delusione è davvero tanta. Sarà stata forse l’atmosfera del primo dibattito con la concorrenza, sia pure condotto con grande accortezza dal presidente dell’Ordine, Vaglio, ma raramente mi è capitato, come caso della rappresentante del movimento Cinque stelle, di ascoltare una strana mistura di banale senso comune, frasi fatte e slogan ripetuti a pappagallo. Proposte concrete zero, come la sua esperienza di governo, sostituite con un profluvio di ritornelli fatti solo per solleticare un po’ di pancia dell’uditorio. Con una sfilza di no a qualunque opera da scoraggiare qualsiasi investitore a spendere soldi a Roma.

C’era Guido Bertolaso, che sente la tensione dei sondaggi tirati fuori per sotterrarlo ad indicarlo come l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. Le risposte alle domande danno l’impressione di una persona che ancora non abbia capito chi è, da dove viene, cosa deve fare, dove vuole andare. Probabilmente non è il lestofante dipinto da alcuni magistrati, ma Roma e’ un osso più duro di lui.

Da Stefano Fassina le solite ricette che sanno di antico pane un po’ ammuffito e intuizioni interessanti. Va a corrente alternata, ogni volta che si allontana dall’economia – su cui ha comunque una visione datata – annaspa come un pesce fuor d’acqua.

Poi, il mitico Carlo Rienzi: accattivante con la platea e più interessato a far pubblicità al Codacons che a parlare davvero di Roma. Ogni occasione è buona solo per parlare dei suoi progetti. Passati.

C’era anche un comunista, giovane, di nome Alessandro Mustillo: ascoltarlo concede la piacevole sensazione di sentir parlare il Peppone del primo Guareschi, quello che aspettava l’arrivo di Baffone. È come se, per lui, fossimo ancora fermi al 1848 e al Manifesto del Partito Comunista. Se non altro, coerente.

Poi, altri due cosiddetti candidati minori, l’avv. Carlo Priolo, piu’ filosofo che politico pronto a guidare il Campidoglio. Si sente l’uomo di legge. Peccato che, poi, all’atto pratico non sia riuscito ad intendere una proposta concreta che sia una. Un po’ sopra di lui, una mia vecchia conoscenza del consiglio comunale, Paolo Voltaggio, di cui si avverte la concretezza dell’amministratore. Almeno, a differenza degli altri – ed è più un appunto rivolto alla Raggi che pure in Aula Giulio Cesare ci si è seduta per due anni e mezzo – ha qualche idea.

Nel complesso, pochi appunti per il taccuino. La campagna elelettoralea vivacizzata. Sennò, alle urne ci si va col cuscino. Troppa mosceria.

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