28 Ottobre 2001

Danni in lavanderia, pioggia di cause


Le aveva tirate fuori a un anno preciso dalla morte della nonna. L?anziana era stata precisa: prima non dovevano essere toccate. Il tempo e il cassettone non erano stati celementi con loro: righe gialle e grigie dappertutto. Via in lavanderia, allora. Due o tre nonsipreoccupi la facevano dormire tranquilla. Errore, al momento del ritiro quasi un dramma. Con la risposta secca del titolare nonècolpanostra che si scontrava con l?ire della cliente. Accusa: voi avete sbagliato, voi risarcite. Replica: lei non ci ha detto che erano rimaste chiuse per venti anni, la colpa è divisa a metà.
Controreplica: neanche per sogno. Finale: faccia lei. E si va alla causa. Lei sola? Macchè.
Il cappotto ultima moda ha la manica macchiata, sulla trapunta dove abbiamo dormito per una vita c`è il segno del ferro da stiro; o ancora, la taglia dei pantaloni è passata da un abbondante 48 a una striminzita 36. I casi di contenzioso tra lavanderie e clienti sono tantissimi: solo al Codacons arriva in media una segnalazione a settimana e nel complesso, tra associazioni dei consumatori e altre forme di intervento, siamo quasi a una al giorno. E per ottenere il risarcimento si arriva fino al Giudice di pace. I casi che riguardano le lavanderie si concentrano soprattutto in alcuni periodi dell`anno: a settembre, ottobre e in questi mesi, più o meno quando si avvicina il cambio di stagione. «L`80 per centro dei contenziosi riguarda capi danneggiati, una minor parte invece gli smarrimenti – spiega Carla Falcinelli, presidente del Codacons Umbria – e in genere il consumatore si rivolge a noi quando si tratta di cose importanti come cappotti o tappeti». Una bruciatura, il vestito che si restringe, la giacca di pelle macchiata, la stoffa rovinata: se spesso la colpa è del lavaggio sbagliato, altrettanto spesso l`errore nasce dalle etichette dei vestiti che contengono informazioni non adatte al tipo di tessuto. «Le lavanderie devono stare tranquille, se il lavoro è stato fatto bene è evidente – prosegue Carla Falcinelli – siamo in grado di capire l`origine del danno anche grazie al laboratorio di analisi dei tessuti». Se la colpa sta nell`etichetta a risarcire il consumatore, anche con un abito nuovo, sarà il negoziante che l`ha venduto: «Sarà poi lui a rifarsi sulla ditta produttrice – aggiunge Carla Falcinelli – le difficoltà maggiori le incontriamo con i piccoli esercizi che magari acquistano capi della stagione passata senza fattura e quindi fanno più resistenza a riparare il danno. Ma chi vende deve prendersi le sue responsabilità. Stiamo seguendo, per esempio, un caso che rischia di finire davanti al Giudice di pace perché da circa sette mesi due clienti che avevano acquistato lo stesso cappotto, nel medesimo negozio, non riescono a raggiungere un compromesso con il commerciante. Il danno era dipeso dalle etichette sbagliate».
L`obiezione più frequente? Il danno c`era già.

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