Danni immensi dovuti alla gestione sciagurata
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fonte:
- Quotidiano di Puglia
È di ben 15 miliardi di euro il maxi risarcimento chiesto dalla Provincia di Taranto nei confronti degli imputati del processo “ambiente svenduto” tra i quali Fabio e Nicola Riva, ex gestori dell’Ilva di Taranto, e politici come Nichi Vendola, l’ex governatore di Puglia accusato di concussione. Una montagna di denaro per ripagare secondo l’avvocato Giuseppe Sernia, gli immensi danni patrimoniali e di immagine generati dalle emissioni velenose dell’acciaieria al territorio ionico. Una richiesta che si aggiunge a quella da dieci miliardi di euro avanzata dal Comune di Taranto 24 ore prima. Nell’ultimo giorno di udienza dedicato alle parti civili, l’avvocato Sernia ha ricordato come nel processo sia «emersa senza ombra di dubbio la sciagurata gestione dello stabilimento Ilva che per anni, nella piena consapevolezza dei suoi amministratori e dirigenti ha riversato nell’aria e nell’ambiente sostanze nocive per la salute umana, animale e vegetale, sostanze nocive per la salute umana, animale e vegetale». L’ente secondo il suo difensore, avrebbe «subito oltre all’evidente danno ambientale sul proprio territorio» anche ulteriori danni come «il deprezzamento dei propri immobili abitativi, nonché il danno all’immagine derivante dal degrado e dalla insalubrità dell’intero territorio che scoraggiano il flusso turistico e commerciale verso l’intera provincia tarantina, nonchè, infine, un danno al prestigio ed all’immagine dell’Ente per lo svilimento del proprio ruolo istituzionale connesso alla demandata funzione di tutela e garanzia ambientale». Nell’aula bunker hanno preso la parola numerosi legali, tra questi Massimo Del Vecchio che ha rappresentato circa 500 lavoratori e la Cgil e la Fiom sia nazionali che provinciali: del Vecchio ha avanzato una richiesta di risarcimento di 5 milioni per gli operai e di 100mila euro per ciascuna delle organizzazioni sindacali. E poi gli avvocati Carlo Rienzi, Giuliano Leuzzi e Vincenzo Rienzi per il Codancons che oltre a chiedere la confisca dell’acciaieria un’indagine epidemiologica sui bambini e 100mila euro di risarcimento per ogni parte civile rappresentata dall’associazione hanno messo in evidenza i dati statistici che attestano la gravità della situazione di Taranto: “numeri preoccupanti sulla mortalità infantile – ha spiegato Carlo Rienzi – allo spopolamento della città, passando li indicatori relativi a imprese, reddito procapite, qualità della vita, servizi, ambiente” sono la “dimostrazione di come l’Ilva negli ultimi 30 anni abbia danneggiato la città non solo sotto il profilo sanitario, ma da ogni punto di vista”. E alla Corte d’assise sono giunte anche le richieste dei mitilicoltori tarantini, una delle categorie più colpite dal dramma ambientale. È stato l’avvocato Mimmo Lardiello, ripercorrere il loro calvario ricordando come improvvisamente ed incolpevolmente i mitilicoltori siano stati colpiti dai provvedimenti di blocco della movimentazione dei mitili e poi dalla necessità di spostare gli allevamenti dal primo seno del Mar Piccolo verso altre aree. Nel chiedere ;un risarcimento di 15 milioni di euro per i danni subiti, Lardiello ha evidenziato «la compromissione, per via dell’inquinamento del siderurgico, di una tradizione secolare, tramandata da generazione in generazione, che ha dovuto fare i conti con la scriteriata, incontrollata e costante opera di distruzione dell’ecosistema del Mar Piccolo, unico nel suo genere, operata attraverso i gravi fatti di inquinamento presenti, costituisce un ulteriore danno, di natura incalcolabile, che sarà trasmesso – ha aggiunto il legale – anche alle future generazioni»
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