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1 Aprile 2016

Dal peluche all’«invasione aliena» «Le elezioni più pazze del mondo»

Dal peluche all’«invasione aliena» «Le elezioni più pazze del mondo»

Chi si candida oggi a Roma? Nelle elezioni «più pazze del mondo», è la battuta più gettonata, in rete e nei bar. Perché se le primarie del Pd erano «un circo, con quello con l’ orso…» (copyright di Roberto «Riccardo» Giachetti), nulla erano in confronto all’ enorme circo Barnum della politica romana che si avvicina alla sfida del Campidoglio. Dentro c’ è davvero di tutto: candidati improbabili, pittoreschi, totalmente sconosciuti, i «quattro dell’ Ave Maria» del centrodestra (diviso tra Bertolaso, Marchini, Meloni e Storace), le beghe a sinistra, le proposte surreali («renderò il Tevere balneabile»), l’ invasione degli alieni paventata da Alfredo Iorio, candidato della destra più estrema. Iorio, sostenuto da Forza Nuova ed altri, ha tappezzato la città coi suoi manifesti, naturalmente neri, con alieno bianco in primo piano. Quelli che «vengono da un altro pianeta e vogliono conquistare Roma» sono «Salvini, Tosi, Meloni, Razzi, Bertolaso, Giachetti, Marino». Già, perché in campo c’ è anche il senatore Antonio Razzi, quello dell’«amico caro», quello che a Corriere.it ammette candidamente di non sapere nulla dei colli capitolini e della storia di Roma («mi son di Rovigo e non mi intrigo…»), ma che è disponibile a parlare in romanesco (« annamo a magna’ ‘na matriciana »). Del resto gli altri cantano. Chi in romanesco e chi no, spesso sollecitati dal karaoke di «Radio Rock». E così ecco Another brick in the wall di uno stonatissimo Bertolaso, il Viva la mamma (meglio, ritornello a parte) di Giorgia Meloni. Oppure La società dei magnaccioni (ma, visto quanto è successo a Mafia Capitale, scegliere un titolo meno evocativo no?) accennata per la pagina Facebook del Pd dai candidati alle primarie. Ma questa campagna elettorale va un po’ così. Sarà la mancanza di soldi, sarà che le idee scarseggiano, ma si va avanti più che altro tra motti e battute. Giachetti diventa Jeeg Robe ‘ e si fa fotografare (con tanto di tuta «griffata») sulla banchina del Tevere, nel punto in cui ne riemerge il Claudio Santamaria del film di Gabriele Mainetti. Francesco Storace si schiera sul campo da calcio da solo, contro tutti gli altri del centrodestra dall’ altra parte. Virginia Raggi del Movimento Cinque Stelle si definisce una «crocerossina» che salva Roma, e in molti hanno pensato al «chirurgo» Marino e alla sua sconfinata aneddotica su sale operatorie e pazienti. A proposito: a sinistra, per ora, è rimasto solo Stefano Fassina, ma anche qui sono proliferate voci e smentite, a cominciare da quella di Massimo Bray. Senza contare i candidati «minori». Da Mario Adinolfi, che ha tappezzato la città (a volte anche con manifesti abusivi) quasi più di Alfio Marchini – no, di più è impossibile… – l’ imprenditore che ha lanciato l’ hashtag «Liberi dai partiti» ma che forse non disdegnerebbe l’ appoggio di Berlusconi e Forza Italia. Adinolfi, per il romano maleducato che imbratta i cartelloni, sembra il più gettonato: a via Labicana, una «manina» ha scritto sulla fronte del direttore de «La Croce» la parola «curati». E poi c’ è Flavio Tosi, sindaco di Verona che vorrebbe trasferirsi a Roma perché la città di Romeo e Giulietta è «la Roma del Nord» e perché «so fare il sindaco», come fosse un mestiere a parte, tipo l’ amministratore di condominio, che prescinde dal radicamento nella città che si dovrebbe governare. E, giù giù, Carlo Rienzi presidente del Codacons, il comunista Alessandro Mustillo, Simone Di Stefano di CasaPound. Qualcuno ci pensa ancora. Carlo Priolo, avvocato, fa un volantino per dire: «Mi candido a sindaco di Roma???». Ma la domanda, forse, sarebbe un’ altra: le elezioni comunali, una volta, non erano una cosa seria?
ernesto menicucci

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