Da Trento le prove contro Schettino
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fonte:
- Trentino extra
grazie ai ricercatori della fondazione kessler la tragedia all’ isola
del giglio.
di Luca Pianesi wTRENTO Arriva a sorpresa da Trento una delle prove che maggiormente inchiodano il comandante Francesco Schettino alle sue responsabilità per la tragedia del naufragio del Costa Concordia, avvenuta un anno fa, il 13 gennaio 2012, all’ Isola del Giglio. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Grosseto, infatti, per stilare la sua perizia di accertamento delle dinamiche di quel drammatico incidente, dove persero la vita 32 persone, s’ è servito dei ricercatori e delle tecnologie della Fondazione Bruno Kessler, di Povo. Decisivo, ai fini delle indagini, risultava capire le reali dimensioni della falla e degli squarci nella chiglia della nave causati dallo scontro della Costa con lo scoglio. Solo così si poteva ricostruire quanta acqua, dopo l’ impatto, era entrata all’ interno dello scafo, in quanto tempo e a quale velocità, se le paratie stagne si erano attivate correttamente e se il comandante era a conoscenza del rischio d’ inabissamento della sua nave o fosse davvero convinto che non ci fossero pericoli immediati. L’ impatto, si legge a pagina 203 nella relazione tecnica del gip, depositata il 15 ottobre, avvenne alle 21.45. Un minuto dopo Schettino chiese al maitre della Costa, Antonello Tievoli: «Dove abbiamo toccato?». E Tievoli rispose: «Su uno scoglio a pelo d’ acqua». Alle 21.53 il comandante realizzò che la nave stava rischiando l’ inabissamento ed interrogò il suo direttore di macchina, Giuseppe Pilon: «E allora stiamo andando a fondo, praticamente, non ho capito?». Risposta: «Sì. Sta l’ acqua fino all’ officina… il quadro elettrico allagato…». Schettino, però, decise di telefonare alla Capitaneria di Livorno solo mezzora dopo, alle 22.25: «Abbiamo una falla – disse – praticamente stiamo imbarcando acqua. Ma tanto è calma. E poi Dio ci pensi, non abbiamo problemi, dobbiamo solo mettere i passeggeri a mare, se ci mandate dei mezzi per cortesia.. con molta velocità». L’ acqua è calma. Ma lo era davvero? L’ altra importante questione da chiarire riguardava le paratie stagne. Il 12 ottobre il collegio peritale del Codacons, infatti, aveva accusato la Costa Crociere di avere montato sulla Concordia delle paratie difettose: «Le porte stagne – si legge nella loro relazione del 12 ottobre – vanno quasi immediatamente in fault (e non avrebbero dovuto). Alcune forse si sono riaperte». Se ciò fosse stato confermato molte delle responsabilità del disastro sarebbero ricadute anche sulla compagnia Costa e avrebbero, in parte, alleggerito la posizione di Schettino (della serie: se le paratie avessero fatto il loro mestiere, la nave avrebbe imbarcato meno acqua, non si sarebbe inabissata e forse il capitano avrebbe potuto evitare l’ incidente). Nessuno, però, in Italia era in grado di rilevare con precisione scientifica la grandezza della falla. Il problema nasceva dal fatto che lo squarcio principale era disomogeneo, si trovava per metà sott’ acqua, scendeva fino a 4 metri di profondità, e per metà allo scoperto ed era molto grande, oltre 60 metri di lunghezza. In alcuni punti, quindi, vi era una scarsissima visibilità e persistevano condizioni di difficoltà legate a correnti e maree. Il gip del Tribunale di Grosseto aveva provato a servirsi di diversi specialisti che utilizzavano anche le moderne tecniche di laser scanner, ma con risultati non soddisfacenti. «Sono arrivati a noi grazie alle nostre pubblicazioni – spiega Fabio Remondino, responsabile dell’ unità 3Dom della Fondazione Bruno Kessler – perché ci occupiamo proprio della ricostruzione in 3D di qualsiasi tipo di realtà. Abbiamo ricostruito siti archeologici come quello di Pompei, lavorato a mostre ed eventi culturali, rielaborato siti urbani e montani. In particolare il collegio peritale del gip ha contattato un nostro collega, il professor Salvatore Troisi, dell’ Università Parthenope di Napoli, e gli ha chiesto se eravamo in grado di ricostruire in 3D la falla. A maggio siamo stati al Giglio per verificare se potevamo farcela e a giugno abbiamo iniziato le operazioni». I ricercatori dell’ Fbk, Fabio Menna e Erica Nocerino, con la collaborazione di altri quatro colleghi dell’ Università Parthenope, si sono dunque trasferiti per una decina di giorni all’ Isola del Giglio. Qui, tra continue immersioni subacquee per fotografare ogni millimetro dello scafo e viaggi tra il relitto della nave e la terra ferma, hanno raccolto il materiale necessario. Studio ed elaborazione dei dati sono avvenuti esclusivamente a Povo presso l’ Fbk. Questo il risultato dell’ indagine, riportato dal gip a pagina 200 della relazione peritale: «Appare lecito affermare che si sia avuta una velocità di allagamento estremamente alta a causa delle enormi aperture venutesi a creare in conseguenza dell’ urto». E a pagina 232 si aggiunge: «La compartimentazione stagna risulta ottemperare alle normative vigenti (…). Non sono stati riscontrati malfunzionamenti». Altre grane dunque per il comandante Schettino. ©RIPRODUZIONE RISERVATA.
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