D’ Agostino: l’ origine dei mali nell’ incapacità di programmare
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fonte:
- L'Ora della Calabria
Vibo naviga in brutte acque da qualche tempo. Qualcuno se n’ è accorto un po’ in ritardo, qualche altro si è attivato con largo anticipo. Gli attivisti di “CittAperta” e del Forum delle associazioni lamentano lo stato dell’ acqua da quattro anni, combattono contro l’ ignavia diffusa che ha condotto ancora una volta la città all’ emergenza. Perché il vero problema di Vibo sta proprio nell’ immobilismo, nel non agire che, tra rifiuti e acqua, conduce le amministrazioni varie a cimentarsi con impellenze spesso annunciate. «Se ci fosse un programma alternativo, soprattutto per certe questioni, si eviterebbe di restare incastrati in questa logica dell’ ultima ora». Rispetto al “caso Alaco”, per esempio, la definizione di un “piano b” sarebbe stata utile per sganciare palazzo “Razza” dalla dipendenza cui è costretto con la Sorical. Antonio D’ Agostino, e tutto il Forum, a questo scopo si batte da tempo immemore, poiché Vibo «è ricca d’ acqua», di pozzi dislocati lungo tutto il territorio, capaci di servire l’ intera utenza. «I 250 litri di acqua al secondo che ci arrivano da Soricalspiega – sono il doppio della portata necessaria ai vibonesi. Con un programma serio potremmo renderci autonomi». Come? Fa cendo un passo alla volta. «Prima si dovrebbe procedere alla riparazione delle perdite d’ acqua nelle condotte, poi si dovrebbero riaprire i pozzi». Sette, otto sarebbero sufficienti, specie se abbinati ad un sistema di drenaggio capace di incanalare l’ acqua che provoca il dissesto del quartiere “Cancello rosso” verso la rete idrica della città. «Questa idea qualcuno la lanciò già due anni fa, bisogna vedere se la si farà. In ogni caso – prosegue D’ Agostino – se l’ acqua di cui disponiamo oggi non è buona, non si può tassare il cittadino». Oltre le responsabilità, quindi, l’ attivista di “CittAperta” pone l’ accento sulla cattiva gestione dei problemi. «Una buona amministrazione programma e sulla base di quello agisce». Ma senza studi di fattibilità diventa difficile programmare. Peggio è, poi, se gli studi ci sono e restano chiusi nei cassetti. «Qualche anno addietro fu fatta una mappatura completa della rete idrica, dalla quale emersero i punti in cui avvenivano le perdite e sui quali bisognava intervenire. Si spese un milione e mezzo di euro per l’ elaborazione dello studio, ma non si fece niente dopo». Invece il problema ha marciato a passo spedito sino ad oggi. «I bacini andrebbero monitorati costantemente. Dove sorge l’ invaso dell’ Alaco esistono dei processi di decomposizione che han no bisogno di tempo per stabilizzarsi, ma l’ impianto di potabilizzazione è statico e questo contrasto compromette la qualità dell’ acqua». Sganciarsi dalla Sorical, attraverso il sistema dei pozzi, sarebbe dunque una necessità. Ma l’ acqua arriva al cittadino e, potabile o no, entra nel ciclo alimentare. I rischi non sono ammessi, per questo “CittAperta” e Codacons si costituiranno parte civile nel processo che accerterà le responsabilità. il.le.
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