2 Giugno 2021

Cremazionia Biella: nessun processo Biella: «Non ci fermiamo, qualcuno deve pagare»

«Chiedevamo  una  condanna  esemplare,  invece  si  è  arrivati  all’archiviazionearchiviazione.  Qualcuno  deve  pagare  per  quanto  successo».  Non  ci  stanno  parenti  dei  defunti  cremati  al  tempio  crematorio  di  Biella,  il  forno  degli  orrori  che  secondo  le  accuse  bruciava  cadaveri  più  di  uno  alla  volta,  insieme  ad  altro  materiale.  Non  accettano  la  decisione  del  Giudice  per  le  indagini  preliminari  di  Biella  di  accogliere  la  richiesta  di  archiviazione  formulata  dal  Pm  per  tutti  procedimenti  penali  conseguenti  alle  oltre  500  denunce/querele  presentate  per  conto  dei  familiari  seguito  delle  indagini  dei  carabinieri  che  avevano  portato  formulare  accuse  per  distruzione  soppressione  di  cadavere,  truffa,  gestione  pericolosa  di  rifiuti,  istigazione  alla  corruzione.  Tra  marzo  2017  ottobre  2018  La  vicenda  riguardò  anche  la  cremazione  di  230  comaschi  finiti  Biella  perché  nel  periodo  incriminato,  cioè  dal  marzo  2017  l’ottobre  2018  il  forno  di  Como  non  era  in  funzione.  Per  quei  fatti  lo  scorso  ottobre  erano  stati  condannati  cinque  anni  di  carcere  due  fratelli  che  gestivano  l’impiantoimpianto,  accusati  di  avere  bruciato  più  bare  insieme  fatto  per  aumentare  la  resa  ricavi  del  loro  business.  Tra  parenti  comaschi  c’è  anche  Valentina  Nava  di  Ponte  Lambro  che  subito  dopo  aver  scoperto  dai  giornali  dalla  tv  quanto  accadeva  Biella  subito  aveva  deciso  di  aderire  all’azione  legale  intrapresa  dal  Codacons  con  l’avvocato  Alessandra  Guarini.  Le  analisi  del  Dna  Ecco  fatti.  Valentina,  35  anni,  aveva  appena  perso  la  mamma  Cinzia  Magni,  morta  soli  54  anni  il  giugno  2017.  «Abbiamo  fatto  il  funerale  il  giovedì  il  venerdì  mattina  ve-niva  cremata  – spiega  – Tra  l’altro  in  un  lasso  di  tempo  di  un’ora  che  col  senno  di  poi  risultava  troppo  veloce  per  gli  standard.  Quando  ad  agosto  abbiamo  saputo  dell’inchiesta  abbiamo  deciso  di  fare  l’esame  comparato  del  Dna  con  il  generale  Luciano  Garofano.  All’inizio  sembrava  che  all’interno  dell’urna  di  mia  madre  ci  fossero  due  Dna,  di  cui  uno  era  di  mia  madre  perché  raffrontato  al  mio.  Poi  è  saltato  fuori  che  il  Dna  era  uno,  ma  con  resti  non  umani.  Da  lì  è  partita  la  denuncia  penale».  Con  l’accoglimento  della  richiesta  di  archiviazione  si  fa  riferimento  al  fatto  che  essere  persone  offese  sono  stati  soltanto  parenti  di  pochi  defunti, cui  bare  compaiono  nelle  immagini  a  suo  tempo  riprese  dalle  telecamere  nascoste  dei  carabinieri.  «Insomma  per  gli  altri  manca  quella  che  chiamano  la  “prova  provata”  – continua  Valentina  – Il  fatto  che  i  gestori  dell’impianto  abbiano  confessato  non  ha  valore.  Ora  ci  dicono  di  rivalerci  in  sede  civile.  Allora  sì  che  potremmo  chiedere  un  risarcimento.E’ vero  che  fino  a  oggi  abbiamo  speso  circa  3  mila  euro  per  procedere,  ma  non  capiscono  che  il  danno  morale  non  è  calcolabile.  Abbiamo  aperto  la  tomba  di  mia  mamma,  poi  la  sua  urna,  abbiamo  esaminato  le  ceneri.E  a  fare  questo  esame  è  stato  il  generale  Garofano  dei  Ris,  non  uno  qualunque.  Lui  ci  ha  messo  la  faccia.  Infine  siamo  stati  un  anno  col  pensiero  dentro  non  ci  fossero  suoi  resti,  ma  quelli  di  qualcun  altro.  Tutto  questo  chi  ce  lo  ripaga?  Noi  chiedevamo  la  pena  esemplare  per  chi  ha  lucrato  sui  cadaveri.  Queste  persone,  oltre  ad  aver  lavorato  male,  avrebbero  dovuto  essere  dichiarate  responsabili  di  vilipendio  di  cadavere.  Non  una  cosa  da  niente  insomma.  Ci  sentiamo  presi  in  giro»

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