11 Giugno 2014

Credem condannata per i bond Lehman Brothers

Credem condannata per i bond Lehman Brothers

«Non è più difendibile la tesi di comodo degli istituti bancari, secondo cui gli stessi non potevano avvertire i propri clienti, né all’ atto dell’ acquisto né successivamente, della variazione di rischio subita dalle obbligazioni della Lehman Brothers stante quanto affermavano le agenzie di rating internazionali». Il Codacons commenta così la sentenza emessa il 31 maggio scorso dal Tribunale di Velletri, in provincia di Roma, con cui la Credem è stata condannata a rimborsare 100mila euro ad una risparmiatrice. In una nota, l’ associazione dei consumatori sottolinea di aver «acquisito le prove documentali che gli istituti di credito erano a conoscenza della variazione di rischio». «Tali nuovi elementi di prova documentali – afferma il Codacons – hanno trovato riscontro in diversi elaborati peritali richiesti dai Tribunali». L’ ultimo dei quali è, appunto, quello commissionato dai magistrati laziali e che ha poi determinato la condanna della banca reggiana. Secondo la ricostruzione dell’ associazione, in particolare, la Credem è stata condannata a rimborsare in favore di un’ associata Codacons due in vestimenti in obbligazioni della Lehman Brothers, effettuati nel gennaio e nel giugno del 2008, «poiché la consulenza tecnica d’ ufficio ha confermato che, prima del default, il rischio legato alle obbligazioni della Lehman Brothers doveva considerarsi più elevato di quanto non affermassero le agenzie di rating internazionali e che di tale aumento di rischio non potevano non esserne consci gli istituti di credito primari italiani». La risparmiatrice, nel caso specifico, nel giugno del 2008, aveva rivisto al ribasso il proprio profilo di rischio, dichiarando che non era più disponibile ad effettuare degli investimenti a rischio. «Ciò nonostante – spiega il Codacons -, la banca ha dato seguito ad un ordine di acquisto di bond della Lehman Brothers per 50mila euro nel luglio del 2008, senza informare il cliente del rischio elevato che tale acquisto avrebbe comportato e, così facendo, ha omesso di far comprendere al cliente che anche il precedente acquisto (quello del gennaio 2008) stava diventando un investimento a rischio». «La mancanza di informativa è stata considerata dal Tribunale di Velletri particolarmente grave rispetto agli obblighi di buona fede e diligenza contrattuale e quanto previsto dall’ articolo 21 del Testo Unico della Finanza, tanto da determinare la risoluzione del contratto quadro». La banca, pertanto, dovrà restituire alla risparmiatrice una somma pari a circa 100mila euro, che equivale all’ investimento originario, più interessi e rivalutazione dalla data dell’ acquisto ad oggi, oltre 7mila euro di spese legali e al rimborso dei costi della consulenza tecnica d’ ufficio.

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