Così chi tutela i consumatori ha rubato la scena ai partiti
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fonte:
- Il Messaggero
ha rubato la scena ai partiti
SE IL PARTITO non prende partito, i movimenti si rimettono in movimento. Per non inimicarsi gli schieramenti in lizza, a Roma le federazioni locali hanno ignorato il problema dei rincari dei prodotti alimentari e il confronto per frenarne la corsa. Così hanno rubato loro la scena le associazioni che tutelano il cittadino che consuma prodotti e che usa i servizi. Fino a pochi giorni fa erano 18 questi club detti consumeristi ed accreditati al ?Comitato regionale utenti consumatori“: Cruc. «Ma domani le sigle arriveranno a 20», afferma Giovanbattista Gassi, come segretario regionale di Adiconsum da anni molto attiva. A settembre è prevista una ulteriore proliferazione di questi organismi più o meno strutturate (ci sono circuti nazionali con diramazioni locali e club semifamiliari) in contemporanea a quella dei funghi. «Noi abbiamo 150/200 nuovi iscritti al mese», dice orgoglioso Salvatore Carluccio, da segretario regionale di Federconsumatori. «La nostra organizzazione – dice invece Riccardo Libbi, segretario regionale dell?Unione italiana consumatori – è alla buona. Ci rimetto soldi, ma ne sono orgoglioso». Associazioni forti, potenti, rappresentative e clubbini improvvisati, personalistici, velleitari, hanno lo stesso ?clichet“: si dicono organizzazioni di volontariato senza scopi di lucro, che aiutano cittadini disinformati, sprovveduti, indifesi. «I magri fondi che ci arrivano sono della Regione e pagano servizi di sportello consulenziale», dice Libbi. Ma ogni associazioni fa pagare una quota (da 10 a 20 Euro su per giù) per prestare le sue consulenze. «Per cittadini disinformati, ingannati, truffati, irrisi, siamo – dice Gassi – l?ultima spiaggia».
Una spiaggia dove si contesta la recente intesa tra Comune e commercianti per frenare i rincari: «Accordo inutile». Ma non è chiaro il conto delle tessere di organizzazioni che – mutuando dall?inglese la parola consumer (consumatore) – si dicono consumeriste. C?è chi volando basso dice 10.000. Più ottimisti, altri obiettano 40.000. Grazie anche a metodi di tesseramento parallelo – a sindacati e a movimenti un tempo collaterali – dovrebbero esser invece 30.000 circa i romani iscritti (non tutti militanti però) ad una delle tante associazioni del settore. La diversità regna sovrana in questo mondo dove tutti rimarcano quel che li distingue dagli altri. Non si contano i battibecchi. Se un club becca l?altro tutti rispondono beccandosi.«Certe associazioni non hanno rappresentatività, competenze, organizzazione per tutelare qualcuno – dice Carluccio – la Regione deve sbrigarsi a far chiarezza sui diversi livelli di serietà nel settore». «Pur uscite dall?iniziale alveo sindacale dove nacquero – dice Libbi – certe associazioni restano legate ai confederali e ottengono iscrizioni da quel canale». Il Codacons degli avvocati Carlo Rienzi e Antonio Lomastro, giorni fa, ha attaccato «qualche finta associazione amica della Giunta che firma comunicati sulla zucchina senza capo nè coda e non è neanche iscritta al registro della Legge 291/98». Le diversità però attengono pure alle specializzazioni.
L?Adusbef di Elio Lannutti opera sul fronte bancario, finanziario, assicurativo. Codacons lotta con le pubbliche amministrazioni. Codici si batte nella sanità. E la specializzazione può essere viatico di vantaggiose conciliazioni e di cause vinte per gli utenti consumatore.
Fin qui dunque la punta un po? folklorica dell?iceberg del consumerismo romano, che però da anni fa mangiare bocconi amari a compagnie assicurative, agenzie di viaggio, artigiani esosi, concessionarie scorrette. «Le federazioni locali dei partiti sono in letargo. Il cittadino – sentenzia Gassi – oggi si sente soprattutto un consumatore insidiato e indifeso. Perciò ci chiama così spesso…».
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