27 Marzo 2020

Coronavirus, il Codacons chiede lo stop delle donazioni private. Ma invita i propri utenti a fare versamenti all’associazione (privata)

 

La sigla in difesa dei consumatori guidata da Carlo Rienzi aveva attaccato Fedez e Ferragni per l’iniziativa con il San Raffaele. Ma sulla home page del proprio sito spinge i visitatori a donare anche per “risparmiare sulle tasse”
di Luisiana Gaita | 27 Marzo 2020

Il Codacons da un lato chiede lo stop delle donazioni private (da molti ritenute fondamentali in questo momento di difficoltà) ma, allo stesso tempo, spiega ai propri utenti come effettuare versamenti all’associazione dei consumatori guidata da Carlo Rienzi. Che è un ente privato. I fatti – o meglio i link – in questo caso parlano chiaro. Dopo l’intervento dell’Antitrust sulla piattaforma GoFundMe utilizzata anche da Chiara Ferragni e Fedez a sostegno del nuovo reparto di terapia intensiva del San Raffaele, il Codacons ha chiesto all’Autorità per la concorrenza di bloccare tutte le raccolte fondi private e all’ospedale San Raffaele di precisare se i lavori siano stati eseguiti “effettivamente con i soldi raccolti attraverso l’iniziativa di solidarietà lanciata dalla coppia, o se la struttura abbia anticipato di tasca propria le spese per il nuovo reparto, in attesa di ricevere i fondi promessi”. In attesa di sapere se ci sarà un’eventuale nuova mossa dell’Antitrust, però, lo stesso Codacons, in questi giorni, così come diverse associazioni, ha riempito la sua pre-home page di diversi widget dedicati all’emergenza Coronavirus e, tra questi, ce n’è uno che rimanda alle modalità per “fare una donazione all’associazione e risparmiare sulle tasse future”. Insomma: abolire le donazioni private tranne quelle al Codacons?

IL CODACONS DOPO L’INTERVENTO DELL’ANTITRUST – Solo pochi giorni fa, in riferimento ai soldi raccolti da Fedez e Chiara Ferragni, l’associazione dei consumatori ha chiesto di fare chiarezza per capire “quanto sia stato già elargito al San Raffaele ed effettivamente speso, e quanto invece rimanga in mano ai privati”, nell’interesse di chi “in buona fede, dona soldi per aiutare la sanità italiana”. L’associazione dei consumatori ha, inoltre, ricordato la presa di posizione dell’Antitrust che ha disposto un intervento in via cautelare nei confronti del sito web www.gofundme.com. Il 22 marzo, infatti, l’authority ha imposto l’eliminazione immediata del “meccanismo di preselezione della commissione facoltativa”, che fino a qualche giorno fa era automaticamente impostato sulla cifra del 10 per cento. Era il donatore a dover eventualmente modificare la cifra utilizzando il menù a tendina, portandola a zero.

LA RISPOSTA DI GOFUNDME – Dopo il richiamo dell’Antitrust, il sito internet di raccolte fondi a scopo benefico ha impostato a zero l’importo suggerito da versare al momento della donazione. È arrivata anche la risposta ufficiale da parte dell’azienda che, manifestando piena collaborazione, ha spiegato come molti utenti “decidono deliberatamente di non lasciare la commissione e, se qualcuno ha ritenuto di aver sbagliato nel lasciarla, ne ha chiesto il rimborso”. E qualche richiesta di rimborso (“non molte”) è arrivata anche da utenti italiani che hanno effettuato donazioni in queste settimane attraverso la piattaforma. Tutto ciò, evidentemente, non basta all’associazione dei consumatori, che non solo invita il San Raffaele a fare chiarezza sulla raccolta fondi avviata da Fedez e Chiara Ferragni (nel frattempo il nuovo reparto di terapia intensiva è stato inaugurato), ma chiede anche che i soldi pagati dagli utenti per la commissione al 10% vengano “immediatamente restituiti ai cittadini (ipoteticamente 400mila euro incassati dal fondo e 116mila euro di spese da carte di credito, calcola il Codacons)” e annuncia un nuovo esposto “all’Antitrust e alla Procura della Repubblica di Milano in cui si chiede di bloccare tutte le raccolte fondi ingannevoli o che applicano commissioni nascoste o equivoche agli ignari donatori”. Si chiede all’authority, è scritto sul sito ufficiale, “di bloccare tutte le raccolte fondi private”. In un momento, tra l’altro, in cui si moltiplicano gli appelli di istituzioni, associazioni e personaggi noti affinché chi può doni a favore della sanità.

LE DONAZIONI AL CODACONS – Un appello che non passa inosservato, perché sembra stridere con l’emergenza di queste settimane e con quanto si legge proprio sul sito del Codacons. Dei vari elementi di interfaccia grafica con l’utente presenti nella pre-home page, con i quali si invita l’utente a compiere un determinato insieme di operazioni, la maggior parte sono proprio dedicati all’emergenza Covid19. Tra quello dedicato al video definito “incredibile” del Tg3 Leonardo sugli esperimenti nei laboratori cinesi nel 2015 (ma gli scienziati hanno già chiarito che non c’è alcun legame col Coronavirus) e quello attraverso il quale si possono scaricare i moduli per i rimborsi spese e quello del servizio sociale con i numeri per l’assistenza psicologica e l’assistenza legale (“il costo della telefonata serve per poter continuare ad aiutarvi” si specifica), ce n’è uno (è il secondo della pagina) che rimanda alle modalità per “fare una donazione all’associazione e risparmiare sulle tasse future (si ricorda, infatti, che sono previste agevolazioni fiscali per le donazioni agli Enti del terzo settore, ndr)”.

Nella componente grafica dell’interfaccia si legge: “A quanti ci hanno chiesto come supportare il Codacons nella battaglia a fianco dei cittadini contro il Coronavirus”. Il messaggio sembra chiaro. Se si clicca sul widget di colore verde, dunque, si possono leggere le indicazioni sul funzionamento delle detrazioni per i privati e per le società/enti e le modalità di versamento (banche, uffici postali, PayPal). Si indica anche la dizione d riportare nella casuale: “Erogazione liberale in favore dell’ente del terzo settore – organizzazione di volontariato – CODACONS”. Non si specifica, almeno nella dicitura, se i soldi versati verranno utilizzati per l’emergenza Covid19 o andranno al Codacons, che deciderà poi come usarli a sua discrezione. Chissà cosa ne penserebbe l’Antitrust.

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