10 Marzo 2020

Coronavirus e petrolio: dall’ allarme rincari alla crisi del modello di business globale

 

Si è aperta una settimana dura tra l’ emergenza coronavirus che si aggrava e il crollo del petrolio di ieri che avrà ugualmente pesanti ripercussioni. Dopo le nuove disposizioni che hanno trasformato tutta l’ Italia in zona rossa, o meglio in zona protetta, a causa del coronavirus sono tornati i vecchi problemi verificatisi già qualche settimana fa ovvero i rincari esagerati sui prezzi e il rialzo delle tariffe. Coronavirus e rincari A tal proposito il Codacons è intervenuto per lanciare il possibile allarme prezzi. Carlo Rienzi ha spiegato che ‘ In questo momento di grande preoccupazione, in cui molti cittadini fanno grandi scorte alimentari presso gli esercizi commerciali e acquistano maggiori quantità di prodotti igienico-sanitari, con vere e proprie resse ingiustificate presso catene e supermercati, il rischio di aumenti speculativi dei prezzi è molto alto. Approfittare dell’ emergenza per lucrare sulle tasche dei cittadini, oltre ad essere ignobile, configurerebbe veri e propri reati: per tale motivo il Codacons monitorerà con attenzione l’ andamento di prezzi e tariffe in tutto il paese, e invita i consumatori a segnalare qualsiasi rincaro anomalo dei listini ‘. A tal proposito l’ associazione ha messo a disposizione l’ email [email protected] per segnalare rincari con l’ accortezza di allegare anche scontrini e foto. Dopo il Lunedì nero delle Borse Il modello di business legato alla globalizzazione viene messo costantemente a dura prova dal Coronavirus . L’ edizione italiana di Business Insider sottolinea come ci sia bisogno da parte di tutti gli attori coinvolti di un ripensamento del sistema economico, puntando il dito contro quello che è stato definito il modello della monocultura. A oggi, di fronte all’ emergenza Coronavirus, le grandi economie mondiali si stanno accorgendo di quanto sia debole il modello basato sulla produzione delle materie prime in un unico Paese come la Cina (o l’ India) dove il prezzo della mano d’ opera è di gran lunga inferiore. Il Dow Jones ha perso quasi l’ 8 per cento, portando a picco Wall Street (cali superiori al 7 per cento anche per i listini Nasdaq e S&P, ha ceduto oltre il 9 per cento anche Russell 2000). Come nel 2008, Wall Street si è fermata per 15 minuti. A pesare maggiormente sul crollo della Borsa statunitense lo scontro in seno all’ Opec, l’ Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, che ha portato alla caduta libera del prezzo del greggio. Nella sola New York si è arrivati a una perdita del 25 per cento, con un barile di petrolio scambiato a poco più di 30 dollari. A risentirne anche Tesla , con una perdita di oltre il 13 per cento al termine delle contrattazioni. La Borsa di Milano è stata la peggiore di tutte, chiudendo a -11 per cento. Si tratta del secondo ribasso più importante negli ultimi 22 anni (il più recente era stato all’ indomani della Brexit di Londra). In forte risalita anche lo spread, che segna ora 227 punti (il valore più alto da agosto a questa parte). A picco anche per le Borse di Francoforte, Londra e Parigi. Intanto, questa mattina la Borsa di Tokyo ha aperto con un calo di oltre il 3 per cento, confermando dunque la fase ribassista.

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