1 Febbraio 2020

Coronavirus, a Roma è sindrome cinese…

 

Ingresso vietato ai cinesi in un bar del centro, mascherine a ruba e turisti in fuga. A Roma è psicosi

Ristoranti cinesi semivuoti, mascherine e guanti in lattice esauriti da giorni e divieti di accesso ai cittadini di origine cinese. Insomma, i due casi di coronavirus accertati a Roma hanno fatto scattare una vera e propria psicosi. Finiti anche amuchina e altri disinfettanti. “Sold out – no mask”, niente mascherine, in inglese, in cinese, in giapponese, con tanto di disegnino esplicativo, recita il cartello affisso sulla porta di una farmacia nel centro storico di Roma. Ma non importa, perché la gente continua a entrare e chiederne.

E c’è chi ne approfitta per fare affari: Secondo il Codacons ci sono già stati incrementi fino al +400% per i listini di alcune mascherine vendute online. A poca distanza, nei pressi della fontana di Trevi, un altro cartello: “A causa delle disposizioni internazionali di sicurezza tutte le persone provenienti dalla Cina non hanno il permesso di entrare in questo locale. Ci scusiamo per l’inconveniente”.

Una fuga in avanti da parte dei titolari subito stigmatizzata dalla sindaca Virginia Raggi che l’ha definito “assolutamente ingiustificato”, tanto che la scritta è scomparsa poco dopo. “Stop psicosi e allarmismi. Ascoltiamo solo indicazioni e pareri delle autorità sanitarie”, è l’appello della prima cittadina.

Intanto gli affari vanno male per chi lavora con il turismo. Il primo a farne le spese è l’hotel Palatino nel quartiere Monti, dove soggiornavano i due turisti malati di coronavirus. Inevitabili le disdette e il direttore Enzo Ciannelli lancia l’appello ai media: “Ci vuole aiuto anche da parte vostra perché è stato creato un po’ di terrorismo. I nostri datori di lavoro sarebbero dei pazzi a farci lavorare se la struttura fosse a rischio”.

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