23 Novembre 2007

Consumatori al potere

ECONOMIA CLASS ACTION / DOPO IL BLITZ SULLA FINANZIARIA

Consumatori al potere

Sono 16 le associazioni che potranno promuovere le cause di massa. Sono legate a partiti, sindacati e movimenti d`opinione. E vivono di fondi pubblici Certo, se commettiamo l`errore di diventare i notai della class action, poi non potremo lamentarci se ci passano al microscopio… Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo, ha già fiutato i rischi di quel rocambolesco emendamento alla Finanziaria che riconosce la tutela in giudizio degli interessi collettivi. Certo, per i consumatori è una vittoria di principio e per certi versi addirittura storica. Ma la via italiana alla class action prevede che chi si sente calpestato da banche, assicurazioni o compagnie telefoniche passi per forza dalle organizzazioni dei consumatori riconosciute dallo Stato. Una strettoia che consiglia di accendere un faro per guardare meglio chi sono e che cosa fanno i paladini dei nostri consumatori. Perché se dovranno trasformarsi in notai sarà giusto sapere come si finanziano, quanta gente rappresentano e se sono più o meno legati a partiti, movimenti d`opinione o sindacati. Per iniziare il viaggio tra la ventina di sigle tra le quali si muovono gli aspiranti Ralph Nader di casa nostra conviene partire da una ferita ancora aperta come il crack Parmalat. All`epoca, fu definito dai giornali di Oltreoceano `The European Enron`. Perché quel buco da 4 miliardi di euro, nascosto fino al 2003 nei bilanci truccati del gruppo di Collecchio, finì per bruciare i risparmi di migliaia d`investitori in tutto il mondo. Tra loro, chi ha fatto causa negli Stati Uniti ha già portato a casa un primo acconto da 40 milioni di euro. Come? Grazie alla class action, naturalmente. Che per gli italiani è letteralmente una roba da cinema, un sogno epico che ha il volto di Julia Roberts in `Erin Brockovich` o di Russell Crowe in `The Insider`. Così, per presentare una maxi-causa di risarcimento danni al Tribunale di Roma, Altroconsumo ha dovuto raccogliere le deleghe di 3 mila ex azionisti o obligazionisti Parmalat. Che significa trovare ed esaminare migliaia di posizioni personali, fare tanti dossier separati, eccetera eccetera. In pratica, è come presentare 3 mila cause singole. E infatti ci hanno messo tre anni per costituirsi. Se poi otterranno ragione, gli eventuali risarcimenti andranno solo a quei tremila ricorrenti e dopo svariati gradi di giudizio. Ma nessun centesimo tornerà nelle tasche degli altri 80-100 mila italiani che, secondo stime ufficiose, si sono scottati le mani con i titoli di Collecchio. Il bello è che anche con la class action approvata dal Senato la scorsa settimana, quei 3 mila azionisti Parmalat resterebbero quasi al palo. Perché? Hanno sbagliato indirizzo. Altroconsumo, nonostante abbia oltre 300 mila soci e sia storicamente un`organizzazione tra le più serie, non fa più parte del Consiglio nazionale consumatori e utenti (Cncu) istituito per legge presso il ministero delle Attività produttive. Ne è stata espulsa, su richiesta di altre associazioni, perché il fatto di essere collegata a una casa editrice internazionale ne configurerebbe lo scopo di lucro. Ora la vicenda, che ha avuto strascichi giudiziari, pare stia per concludersi con il prossimo rientro di Altroconsumo nel Cncu, ma intanto ci porta perfettamente al cuore del triplice problema soldi-rappresentanza-autonomia. Dice la legge del `98 che per far parte del Cncu bisogna avere almeno 29 mila iscritti ed essere presenti in più di quattro Regioni. E l`emendamento appena approvato in Senato dice che la class action made in Italy sarà affidata ai membri del Cncu e ad altre organizzazioni che però dovranno essere individuate dallo Stato con un futuribile regolamento ad hoc. Così le 16 organizzazioni che oggi siedono nel Cncu, e che domani saranno la forca caudina delle azioni collettive, dichiarano tutte oltre 30 mila soci (autocertificati, ovviamente) e uffici un po` ovunque. Anche se magari in alcune città sono ospitate da un sindacato e hanno giusto un telefono e due impiegati. Come spiega efficacemente un alto dirigente del ministero diretto da Pierluigi Bersani, questi `Magnifici 16` possono essere divisi in due famiglie: quelli che hanno un qualche legame con organizzazioni maggiori di tipo sindacale, politico o d`opinione e quelli che sono sostanzialmente un `one man show` e dipendono dal carisma personal-mediatico dei loro dirigenti. Ma al di là delle classificazioni, si tratta di un mondo eterogeneo e anche parecchio litigioso al proprio interno. Se prendiamo per buoni i numeri ufficiali, l`organizzazione più popolare è (forse) l`Adiconsum, che vanta oltre 122 mila iscritti ed è sinonimo di Cisl. Sotto la guida storica di Paolo Landi, spazia dalle assicurazioni alla sicurezza stradale, passando per il risparmio e i trasporti. Anche la Cgil ha il suo robusto consolato tra i cittadini-utenti, affidato alla Federconsumatori di Rosario Trefiletti (oltre 60 mila soci). Mentre dietro le sigle di Adoc (70 mila iscritti) e Lega Consumatori (43 mila) si muovono il mondo della Uil e delle Acli. Altro nome storico è quello del Movimento consumatori (40 mila soci), fondato dal giurista Gustavo Ghidini e finito in area Arci. La risposta del centrodestra è più recente e si chiama Casa del Consumatore, nata nel 2000, ma accreditata a livello nazionale solo tre anni fa. La presiede Alessandro Fede Pellone, ex consigliere regionale di Forza Italia al Pirellone, e nel direttivo gli fanno compagnia l`ex assessore milanese alla moda Giovanni Bozzetti (Fi), l`ex onorevole di An Pietro Cerullo e i leghisti Medardo Zanetti ed Ennio Castiglioni. Fede Pellone dichiara di avere 56 mila associati e spiega l`alto numero anche grazie alle convenzioni con Federcasalinghe e Ugl-Credito. Ancora nel 2006 il presidente della Casa del Consumatore si è candidato alle comunali di Milano. Non è stato eletto, ma sul suo sito Internet è rimasta un`autentica perla: “Entrato in Forza Italia fin dagli inizi dell`ascesa in campo del presidente Berlusconi nel novembre `93“, quando per la verità era solo `L`espresso` a scrivere che il Cavaliere stava fondando un nuovo partito. Notevoli anche i formulari per l`apertura di nuove sedi, dove agli aspiranti neo-presidenti provinciali si richiede di non aver subito “condanne passate ingiudicate“. Un inno dadaista alla prescrizione? Chissà. Intanto, per l`individuazione dei reati `ingiudicati` si è preferito rimanere nel vago: sono quelli “ritenuti incompatibili con la carica di responsabile“. Mistero. Pirotecnica anche la storia di Assoutenti, fondata nel 1982 dall`ex vigile urbano e sindacalista Uil Furio Truzzi. Ovviamente vanta oltre 30 mila associati e ha una specializzazione riconosciuta nelle vertenze sui trasporti, come i rimborsi ai pendolari per i ritardi dei treni. Truzzi è stato il primo dei non eletti in una lista alleata con il centrosinistra alle regionali liguri del 1995. Ma nel 2005 è passato sull`altro fronte con Sandro Biasiotti e il simbolo inedito del `rospo che ride` (slogan: `Non ingoiarlo, votalo`). Nonostante l`acrobazia, ha nuovamente fallito il gran salto nella politica. Il primato nelle battaglie per la sicurezza agro-alimentare spetta invece all`Acu, nata nel 1984 con la sigla di Agrisalus e guidata da Gianni Calvinato e Clara Gonelli. Conta oltre 100 mila soci e può vantare molti riconoscimenti internazionali. La sua ultima campagna è quella contro la privatizzazione degli acquedotti. Molto concentrata sui temi della salute è invece Cittadinanzattiva (76 mila soci), fondata da Giovanni Moro e guidata oggi da Giustino Trincia. è alla base dei Tribunali per i diritti del malato ed è tra le poche associazioni ad aver messo online i bilanci e i costi della sua struttura interna. Dopo aver combattuto per anni sul fronte dei mutui e delle commissioni bancarie più o meno occulte, Adusbef e Codacons sono diventate sempre più famose, anche se superano a stento i 30 mila associati. Oggi sono in prima linea su Cirio, Parmalat, derivati, mutui subprime e portabilità dei conti correnti. Piuttosto diverse tra loro, sono entrambe guidate da personaggi carismatici. L`Adusbef è la creatura di un ex bancario vulcanico come Elio Lannutti, molto bravo nei rapporti con i mass media e dalla retorica tribunizia ma efficace. Il Codacons è sinonimo di Carlo Rienzi, avvocato capace di perseguitare una grande impresa per pochi centesimi, ma anche di presentare un esposto contro l`arbitro di calcio Moreno, quello che ci fece vedere i sorci verdi ai mondiali di calcio in Corea. Sia Lannutti che Rienzi sono diventati due mezzi monumenti e, se è vero che sono nati lontano dalla politica, bisogna anche segnalare che ne sono sempre più attratti (si sono candidati a più riprese, chi con Di Pietro, chi alleandosi a Prodi). A stare nel fatidico Cncu si prendono anche parecchi soldi. Grazie a una legge del 2004, che devolve alle associazioni riconosciute il 70 per cento delle multe incassate dall`Antitrust, negli ultimi anni sono piovute sul settore una trentina di milioni di euro. Succede così che organizzazioni che hanno sempre avuto un bilancio dell`ordine dei 100-200 mila euro si siano viste arrivare d`un colpo finanziamenti pubblici da oltre un milione. Una vera sbornia finanziaria, destinata a non finire se davvero decolleranno anche le class action `notarili`. Anche perché a quel punto il numero degli associati volerà per davvero. n E LE LOBBY SI METTONO AL LAVORO C`è tempo 15 giorni per tamponare l`effetto del blitz. E di 180 giorni per l`entrata in vigore Colpo di mano parlamentare? Probabile. Soluzione `all`amatriciana`? Dipende dai gusti. Ma una cosa è sicura: l`introduzione della class action era promessa a chiare lettere nel programma elettorale con il quale l`Unione di Prodi vinse le elezioni del 2006. Certo, era in compagnia di altre chimere come la commissione parlamentare d`inchiesta sul G-8 di Genova e il riconoscimento giuridico delle coppie di fatto, ma per esserci c`era. Ora, dopo il blitz Manzione-Bordon al Senato, l`intera vicenda passa nelle mani della commissione Giustizia della Camera. “E non è che non ne sappiano nulla, perché qui ci sono i più convinti e preparati sostenitori della class action“, tiene a puntualizzare con `L`espresso` il suo presidente, Pino Pisicchio. Dopo otto mesi di audizioni, nel corso delle quali sono stati ascoltati consumatori, giuristi, banche, assicurazioni, industrie, avvocati e magistati, erano pronti alcuni testi di legge. Il testo di maggioranza (relatore il diessino Maran), ad esempio, non limitava la legittimazione delle cause alle organizzazioni dei consumatori `riconosciute`, però affidava un vaglio preventivo di non manifesta infondatezza alla magistratura. Ora, alla Camera si sono rassegnati a toccare il meno possibile ciò che approva con fatica il Senato. Ma Pisicchio ci tiene a ricordare che “la class action è una riforma ordinamentale e quindi non c`entra nulla con la Finanziaria“. Questo non vuol dire che la Camera butterà nel cestino l`emendamento Manzione-Bordon, ma significa che proverà a introdurre dei correttivi. Quali? Le diplomazie di Abi (banche), Ania assicurazioni), Assonime (società emittenti) e Confindustria sono ovviamente già al lavoro per limitare i danni ai loro associati. Il clamore di casi come Cirio, Parmalat, mutui subprime e bomba-derivati sconsigliano ovviamente crociate alla luce del sole, ma qualche margine di manovra c`è. Pisicchio vorrebbe che la class action “fosse rimessa nelle mani dei cittadini, anche attraverso i comitati spontanei“. E Antonio Catricalà, presidente dell`Antitrust, è già uscito allo scoperto candidando la struttura che dirige al ruolo di `primo filtro` dell`ammissibilità dell`azione collettiva. Ce la faranno? Lo si scoprirà nel giro di quindici giorni, ovvero nei tempi della Finanziaria. Ma il fatto che la class action approvata dal Senato sia un congegno a orologeria, con le lancette dell`entrata in vigore spostate di ben 180 giorni rispetto all`approvazione della legge, in teoria consentirebbe alla Camera di approvare anche qualche legge `parallela`. Nessuno ha poi finora valutato la sorda contrarietà che viene da tutta l`avvocatura (perderebbero parecchi onorari) e da larga parte della magistratura. Mentre qualche toga impegnata sui grandi scandali finanziari avrebbe preferito una misura più semplice: l`allungamento dei tempi di prescrizione per dar modo di accettare molti più risparmiatori tra le parti civili.

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