12 Gennaio 2012

Colosseo e Partenone fanno a meno dei tabù ma manca la strategia

Colosseo e Partenone fanno a meno dei tabù ma manca la strategia

Notizie contraddittorie sul modo di sfruttare il patrimonio artistico nazionale. In Grecia, l’ ex ministro Gerasimos Giakomatos ha proposto di dare in affitto ai privati l’ Acropoli di Atene: chissà che affittare il Partenone non renda meglio che lasciarlo nelle incapaci mani pubbliche. Lo stesso giorno dall’ Italia è rimbalzata la notizia dell’ intervento dell’ Antitrust (ieri quello della Procura, si veda il corsivo a pag. 8) sulla procedura che ha visto affidare il restauro del Colosseo alla Tod’ s . Senza entrare nel merito dell’ offerta di Diego Della Valle, l’ Authority dà almeno in parte ragione al ricorrente Codacons, dicendo che i tempi e le modalità della procedura non avrebbero consentito ad altri possibili interessati di presentare offerte alternative. Le due vicende, seppure su situazioni differenti, dimostrano come Italia e Grecia, per quanto in difficoltà finanziaria, posseggano valori intangibili non sfruttati di livello globale e straordinario. Certo, il Partenone e l’ Anfiteatro Flavio fanno parte dell’ elenco dei patrimoni dell’ umanità, ma anche scendendo un po’ di livello, è lunghissima la lista delle opere eccezionali da gestire meglio. Secondo punto: già il fatto che se ne parli e si inizi ad agire, significa che è caduto il tabù delle gestione ai privati di beni pubblici unici. Casomai non se ne parla ancora abbastanza professionalmente, perché l’ argomento è serio e meriterebbe di essere affrontato con la massima attenzione. Non solo per il possibile impatto economico, ma per capire quale sia la strategia da seguire. Sotto l’ aspetto finanziario, nessuno è in grado di dire se siano pochi o tanti i 25 milioni offerti per sfruttare l’ immagine del Colosseo per un certo numero di anni. Della Valle ha fatto la sua proposta da imprenditore e mecenate, ma lo Stato dovrebbe sapere che tale offerta costituirà un termine di riferimento per il resto dei grandi monumenti italiani. Quanto varranno, d’ ora in poi, l’ immagine del Duomo di Milano o delle opere del Brunelleschi a Firenze? E se si affittano subito i pezzi forti più famosi, quanto interesse e quanti soldi resteranno per valorizzare, o forse solo per mantenere, le tante altre opere presenti in ogni città italiana? Conservare (e il suo relativo costo) è un altro tabù non ancora caduto e nemmeno affrontato seriamente. A Pompei cadono i pezzi delle domus più famose; ma quanti soldi servirebbero per mantenere tutto l’ enorme patrimonio artistico esistente? L’ Italia, si dice, possiede circa un terzo del patrimonio artistico del mondo antico. Ma più che possedere, si dovrebbe forse dire che lo ha ricevuto in eredità dall’ umanità del passato; un’ eredità in parte collegata alla storia millenaria della chiesa cattolica, che non a caso si definisce anche universale e non italiana, ma non solo. Si tratta di doni e di privilegi: il punto è se siano anche privilegi sostenibili. O se, come per altri privilegi, vadano fatte delle scelte dolorose e impopolari su cosa si può mantenere e valorizzare, con risorse proprie o concessioni. È evidente che più passa il tempo, più costano i restauri, ma nessuno, Stato centrale o amministrazioni locali, ha abbastanza risorse per tutto. Bisogna allora passare la mano ai privati, facendo aste, anche a costo di svilire i valori e le possibilità di sponsorizzazione? E cosa potrà fare l’ ultimo dei comuni, che ha solo opere di interesse locale? È evidente, allora, che non è una mera questione dei prezzi da assegnare ai beni simbolo, ma che è giunto piuttosto il momento di formulare una nuova strategia di gestione e sfruttamento dei beni culturali. Nazionali, formalmente, ma di cui l’ Italia è anche custode per tutto il mondo. Il sole e il bel mare di Grecia e Italia non si esauriscono, ma non è lo stesso per altre parti del patrimonio artistico e culturale. Che cosa si può conservare, anche con il supporto internazionale (Unesco), affinché siano poli eccellenti e di attrazione? E che cosa va dismesso, anche se con dispiacere?

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