Codacons e Cgil accusano. I veterinari ribattono: “Fate i nomi“
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fonte:
- la Repubblica
Codacons e Cgil accusano. I veterinari ribattono: “Fate i nomi“
Consumatori disorientati “I controlli sono insufficienti“
L´anno scorso tutti indicavano i bovini siciliani come sani ora nessuno li vuole
Botta e risposta polemico tra la Flai Cgil e il Sivemp, il sindacato dei veterinari. Il tutto in relazione all´allarme Mucca pazza. «La certificazione delle carni che doveva partire dal primo gennaio in Sicilia – scrive la Flai Cgil – non c´è ancora, se si escludono le grandi catene di distribuzione» e sono «infondate le dichiarazioni tranquillizzanti del governo regionale sull´allarme Mucca pazza».
Il sindacato sottolinea che la Sicilia «è tutt´altro che autosufficiente in quanto a produzione di carne, visto che importa il 60 per cento delle carni consumate». La Flai Cgil, e da qui nasce la polemica, denuncia che «i 500 veterinari siciliani non compiono le due visite annuali negli allevamenti e nelle aziende, così come previsto dalla legge». «Nel 2000 – si legge nella nota – è stato controllato il 70 per cento del patrimonio animale e solo una volta. Il restante 30 per cento non ha ricevuto controlli». L´organizzazione sindacale ricorda, infine, che la Sicilia «ha il 50 per cento dei casi di brucellosi umana registrati in Europa e sono tutt´altro che superate emergenze quale la lingua blu». A detta del sindacato, dunque, «la sicurezza tanto sbandierata è assolutamente inesistente».
«La Flai Cgil, se è a conoscenza di violazione delle leggi, porti le prove all´autorità giudiziaria con fatti circostanziati, nomi e luoghi – replica Aldo Grasselli, segretario nazionale del Sivemp – Un sindacato confederale dovrebbe saper distinguere tra i problemi sociali di una regione, le difficoltà operative dei veterinari in un tessuto particolare come quello della Sicilia e le eventuali responsabilità dell´amministrazione regionale. Ci auguriamo che i consumatori non siano presi in ostaggio da allarmismi strumentali e che la Cgil sappia fare chiarezza su una vicenda incresciosa che ha messo in cattiva luce i veterinari pubblici siciliani in un momento di grande impegno caratterizzato da notevoli carichi di lavoro».
Il Codacons, dopo avere denunciato che «la carne italiana non è sicura» e dopo aver inviato i consumatori a evitare quella rossa, ha preannunciato un esposto che presenterà alla Procura di Palermo proprio dove, lo scorso anno, durante il primo grande allarme Bse, era già stata aperta un´inchiesta, tuttora in corso, ma priva attualmente di spunti significativi.
Quel che è certo, come sottolineano gli stessi dirigenti delle associazioni di categoria, è il totale disorientamento dei consumatori. Nel novembre del 2000 la Confederazione italiana dell´agricoltura (Cia) promuoveva la carne siciliana perché «sicura e sana, anche se più cara». Il sindacato dei veterinari pubblici azzardava: «La zootecnia siciliana, che garantisce direttamente la provenienza dei capi di bestiame, non potrà che risorgere» e in più l´allora assessore all´Agricoltura Totò Cuffaro pensava «a rilanciare la nostra immagine», cioè quella degli allevamenti siciliani. Da lì la corsa a comprare la carne isolana, considerata la più sicura. Ma da martedì sera, da quando cioè, è scoppiato il caso di Menfi, l´operazione di convincimento sui consumatori si è capovolta. Nelle macellerie sono spariti i cartelli che garantivano la vendita di carni siciliane mentre adesso di parla di mezzene e quarti di rigorosa provenienza straniera. Quello che in realtà avveniva già da prima, dato che solo il 30 per cento della carne bovina che si consuma in Sicilia è prodotta da allevamenti locali. A Palermo, la carne siciliana in commercio l´anno scorso ha raggiunto quota 5.400 tonnellate, altrettante hanno riguardato quella nazionalizzata (bovini stranieri macellati al nord Italia). Il resto è arrivato direttamente da Belgio (52 tonnellate), Danimarca (110), Germania (33), Spagna (595) e Francia (476).
m.l.
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