4 Agosto 2015

Cocoricò, una chiusura che divide

Cocoricò, una chiusura che divide

 
Giusto? Sbagliato? Dipende dai punti di vista, probabilmente. La decisione di chiudere per 120 giorni, 4 mesi a partire da ieri, il Cocoricò, divide l’opinione pubblica. C’è chi esulta e ritiene che quel provvedimento sia necessario. Ma c’è anche chi lo critica, preoccupato, per le sorti dei lavoratori e della stessa discoteca di Riccione che così rischia il fallimento.
Lo stop è arrivato, si ricorda, su decisione del questore di Rimini Maurizio Improta. Il provvedimento (notificato all’amministratore della società che gestisce il locale dal 2015 domenica mattina all’alba)  è stato adottato in base all’articolo 100 del Tulps dopo la morte, avvenuta il 19 luglio, di Lamberto Lucaccioni, il 16enne di Città di Castello ucciso da un’overdose di ecstasy.
Secondo l’ordinanza di chiusura, il locale è “divenuto nel tempo un punto di riferimento per persone pericolose, orbitanti nell’ambiente dello spaccio e del consumo smodato – ovvero dell’abuso – di sostanze stupefacenti e psicotrope, con gravi e ricorrenti ripercussioni, oltre che per l’ordine e la sicurezza pubblica, anche e soprattutto per la salute e per l’incolumità dei giovani frequentatori”.
I numeri del Cocoricò che hanno pesato nell’ordinanza sono quelli degli arresti e degli interventi del 118: 3 giovani morti dal 2004 dopo una serata nella discoteca, 28 ricoverati, 14 richieste di soccorso medico dal 1 gennaio 2014 al 20 luglio del 2015, 7 chiusure dal 1994 al 2013, decine di arresti.
Una scelta condivisa dal sindaco di Riccione, Renata Tosi. “È  un provvedimento esemplare e importante – ha dichiarato Tosi – e, anche alla luce dell’indagine della Guardia di finanza sull’evasione fiscale (come emerso da un recente accertamento, ndr), si capisce che non tutto era a mia conoscenza e le dimensioni del quadro in cui si sono mosse le forze dell’ordine sono notevoli. Per quanto mi riguarda il fondamento per un tale provvedimento c’era già con la tragedia che ha coinvolto un ragazzino di 16 anni. Da oggi deve partire un’adeguata riflessione per capire, con la cittadinanza, con le forze politiche e anche con i gestori, come si sia arrivati a questo punto”.
Esulta il Codacons che sottolinea comunque come, la pena sua “ancora troppo blanda”. Soddisfatti anche i genitori di Lamberto Lucaccioni. “I genitori di Lamberto –  ha riferito il loro legale – hanno tanta rabbia dentro che rivolgono quasi più verso il locale che nei confronti dello spacciatore. La decisione di chiudere il Cocoricò li rende quindi, per quanto possibile, un po’ più sereni, o, almeno, contribuisce alla lenta riconquista della loro serenità. Nessuno potrà restituire ciò che è stato tolto ma anche questa è una risposta alla sete di giustizia che cominciano a reclamare”.
Sulla questione è intervenuto anche il Moige, Movimento Italiano Genitori. “Il provvedimento è esemplare e dovrebbe essere applicato per tutti i locali che non rispettano le basilari norme di sicurezza, mettendo a rischio la vita dei nostri figli. Lo smercio di  droghe che avviene in tanti  locali notturni è grave ed inaccettabile – si legge in una nota – La presenza di minorenni che accedono a droga, spettacoli erotici under 18, ed altre attività per un pubblico di adulti rende ancora più pesante le responsabilità dei gestori. Auspichiamo quanto prima un provvedimento normativo che metta le discoteche riservate solo ai maggiorenni”.
Una sanzione invece definita “enorme” dalla gestione del Cocoricò. “Siamo sinceramente ‘sorpresi’ per l’entità enorme della sanzione adottata – si legge in una nota dell’avvocato Alessandro Catrani, legale del Gruppo Cocoricò – giunta fra l’altro al termine di un lungo linciaggio mediatico senza precedenti, e stiamo leggendo attentamente le motivazioni del provvedimento, appena notificatoci, per poi predisporre ogni più utile attività defensionale da esercitare nelle opportune sedi”.
La discoteca farà ricorso al Tar contro il provvedimento, come dichiarato dal direttore artistico e azionista della discoteca, Fabrizio De Meis. “Più che una chiusura temporanea, si tratta di una chiusura definitiva dell’azienda, perché una chiusura di 120 giorni, se non sarà rivista dal Tar, è un provvedimento che porta al fallimento – ha detto – Una chiusura di 4 mesi a cavallo del periodo turistico non dà la possibilità di riemergere dalle inevitabili problematiche finanziarie. Cocoricò non si risolve il problema dello sballo con droghe e alcol, altrimenti sarei il primo a voler chiudere”. De Meis ha ricordato che “avevamo già proposto” altre soluzioni per tentare di arginare questo problema, “come il Daspo per chi compie reati in discoteca e l’esame del tampone per tutti i clienti che vogliono entrare nei locali, per verificare se hanno assunto stupefacenti e quindi vietare l’ingresso a chi è risultato positivo”.
La decisione ha scatenato le polemiche, soprattutto da parte di coloro per cui il Cocoricò è una fonte di lavoro: sono in duecento, tra baristi, buttafuori e cassieri, le persone che rischiano di restare senza lavoro e si aggira sul milione e mezzo di euro la perdita in termini economici.
“Qualcuno doveva pur salvarsi la coscienza, è più facile spostare il tiro su una singola azienda che si occuparsi di altri fronti. E ancora mi chiedo perché il presunto pusher sia libero, mentre la discoteca è chiusa – spiega Maurizio Pasca, presidente del Silb, il Sindacato italiano locali ballo, all’Agi – Se il Cocoricò fosse direttamente responsabile di quanto accaduto, come presidente dell’associazione sarei il primo a chiedere l’espulsione; siccome abbiamo appurato che chi lo gestiva non ha alcuna colpa diretta, difenderemo a spada tratta il locale e tutte le altre discoteche italiane. Agli atti risulta che il pusher fosse di Città di Castello, non legato in un alcun modo al locale, e che la pasticca fatale sia stata venduta fuori. Non vedo che cosa c’entri il Cocoricò, non trovo giusto che a pagare sia un’azienda che investe milioni di euro, che dà lavoro a 200 famiglie e che, di fatto, da oggi è morta”.
Giusto? Sbagliato? Dipende dai punti di vista, probabilmente. La decisione di chiudere per 120 giorni, 4 mesi a partire da ieri, il Cocoricò, divide l’opinione pubblica. C’è chi esulta e ritiene che quel provvedimento sia necessario. Ma c’è anche chi lo critica, preoccupato, per le sorti dei lavoratori e della stessa discoteca di Riccione che così rischia il fallimento.

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